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Resuscitare i morti. Psicologia del lutto tra fantasmi e zombie nell’attualità del postumanesimo

  • Immagine del redattore: Gianluca  Minella
    Gianluca Minella
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 2 ore fa

Da sempre gli esseri umani sognano di riportare in vita i propri morti. I testi sacri delle religioni parlano di resurrezioni. I miti parlano di discese agli inferi e del tentativo ardito di alcuni eroi di sfuggire alla morte. Le sedute spiritiche promettono di parlare con gli spiriti dei defunti.


Oggi l’intelligenza artificiale propone qualcosa di apparentemente simile ma diverso allo stesso tempo: costruire copie digitali delle persone amate defunte al fine di potersi mettere in contatto con loro. Ma siamo davvero di fronte a una novità? Oppure l’antico desiderio umano ha semplicemente cambiato volto?


La morte come limite insopportabile


Carl Gustav Jung insiste spesso sul fatto che "la morte è psicologicamente importante quanto la nascita e, come questa, è parte integrante della vita". perché "una vita veramente vissuta è sempre orientata verso la morte."


Alan Wolfelt, psicologo clinico americano che ha accompagnato migliaia di persone attraverso il lutto, identifica chiaramente come bisogno umano universale il riconoscimento e l'accettazione della realtà della morte.


Questo riconoscimento non avviene in modo istantaneo. E un processo lungo e doloroso e spesso non lineare. È tuttavia un viaggio che permette al lutto di trasformarsi da ferita aperta in cicatrice: qualcosa che rimane, che ha cambiato la forma di esistenza di chi resta, ma che non sanguina più.


Freud si occupa del lavoro del lutto già agli inizi del '900 e lo definisce un processo doloroso, che avviene nel tempo e attraversando la memoria.


La domanda per noi cruciale è: che cosa accade alla psiche quando rifiuta di lasciare andare chi ha perduto?


Il Hastings Center for Bioethics ha segnalato nel 2024 che questi nuovi strumenti messi a disposizione dalle tecnologie A.I. e che permettono di mettersi in contatto virtuale con il defunto, possono aumentare il rischio di lutto complicato, quello che il DSM-5-TR classifica come Prolonged Grief Disorder: preoccupazione persistente, difficolta ad accettare la perdita, forte desiderio di riunione con il defunto, disorganizzazione dell'identità.


Quello che un griefbot ben costruito alimenta sono esattamente le caratteristiche e i sintomi del lutto patologico.


Il griefbot è un fenomeno che va inserito in una dinamica psicologica più ampia e complessa, ben conosciuta nella clinica del lutto. Mettendosi in contatto con la copia digitale del defunto il dolore, al posto di esser attraversato, viene evitato perché intollerabile e l'oggetto perduto immediatamente sostituito da un clone digitale. Questa dinamica viene poi trasformata in un prodotto da acquistare. Un business molto cinico che sfrutta un momento di grande debolezza: chiunque perda qualcuno di significativo attraversa momenti in cui farebbe qualsiasi cosa per tornare a sentire quella voce o percepire dei tratti del suo modo di scrivere o di pensare.


Il griefbot risponde a questo desiderio reale con uno strumento che dice: non devi tollerare l'assenza, puoi evitarla.


Dal punto di vista commerciale è geniale, mentre dal punto di vista clinico ed esistenziale è una trappola ben congegnata, crudele e micidiale.


Il griefbot non prolunga la relazione: rischia di sospendere il lavoro del lutto.


Non perché si debba soffrire per forza. Ma perché il lutto funziona attraverso l'assenza, non nonostante di essa. E proprio il contatto ripetuto con il vuoto lasciato dalla persona — nei luoghi, nelle abitudini, nelle domande senza risposta — che produce quella trasformazione lenta e dolorosa che permette di tornare a vivere.


Del resto il transumanismo, su scala più visionaria, propone la stessa logica: la morte è un bug, non una feature.


Ma la morte non dovrebbe essere quel confine che da significato a ciò che viene prima ?


Quando il morto ritorna: psicologia del lutto


L’episodio “Torna da me” (Be Right Back) della serie televisiva Black Mirror racconta una storia che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata pura fantascienza, ma che oggi appare sorprendentemente vicina alla realtà. Martha e Ash sono una giovane coppia. Poco dopo essersi trasferiti in una casa di campagna, Ash muore improvvisamente in un incidente stradale, lasciando Martha sola e incinta.


Un’amica le parla allora di un innovativo servizio digitale capace di ricostruire la personalità dei defunti utilizzando tutte le tracce lasciate online: messaggi, fotografie, video, registrazioni vocali e contenuti dei social network. Inizialmente Martha rifiuta l’idea, ma il dolore della perdita la spinge progressivamente ad accettare quel contatto artificiale. Dalle e-mail si passa alle telefonate e, infine, a una versione ancora più avanzata del servizio: un corpo sintetico, indistinguibile nell’aspetto da Ash, animato da un’intelligenza artificiale che ne riproduce voce, ricordi, abitudini e stile comunicativo.


All’inizio il risultato appare sorprendente. Ben presto, però, Martha comprende che quella presenza non è realmente il compagno perduto. Il clone non prova desideri, non possiede una vita interiore, non cambia, non soffre. È capace di imitare perfettamente Ash, ma non può sostituirlo. Quella che sembrava una risposta al dolore si rivela, invece, l’impossibilità di attraversarlo. L’illusione della presenza finisce così per sospendere il lavoro del lutto, trasformando il ricordo in una presenza artificiale dalla quale Martha non riesce né a separarsi né a convivere pienamente. Nell’ultima scena il clone viene confinato in soffitta: non può essere eliminato, ma nemmeno integrato nella vita della protagonista.


Più che una riflessione sull’intelligenza artificiale, Be Right Back è una profonda meditazione sulla psicologia del lutto, sull’assenza e sui limiti di ogni tentativo di sostituire l’essere umano con una sua replica. Il corpo sintetico può riprodurre i comportamenti, ma non possiede quella dimensione simbolica, affettiva e relazionale che rende una persona realmente viva.


Un articolo sul mio blog dal titolo Il rifiuto del lutto: la reazione maniacale alla perdita approfondisce questo aspetto da un punto di vista clinico


L’episodio Be Right Back ci parla dell’impossibilità di sostituire l’oggetto perduto.


Quando la fantascienza diventa realtà


Quello che la digital afterlife industry sta iniziando a porre nella realtà non è più soltanto una distopia televisiva, ma una questione clinica, etica e antropologica che riguarda il nostro rapporto con la morte, il lutto e il desiderio umano innato di negare l’assenza. Già Freud osservava come il dolore del lutto fosse una potente protesta verso la perdita dell'oggetto amato.


Noi umani non ricordiamo le persone come farebbe un computer digitale, perché il nostro ricordo di loro, nel tempo si modifica e si trasforma. Continuiamo ad immaginare, a relazionarci con chi non c'è più, dentro di noi utilizzando la nostra immaginazione. E la memoria umana non è un registratore o un archivio digitale. La nostra memoria è altamente creativa.


Il lavoro del lutto di cui parla già Freud agli inizi del '900 trasforma lentamente il morto rendendolo vivo dentro di noi.


Ogni lutto trasforma lentamente il morto mentre griefbot invece lo congela per renderlo eterno, sempre identico, disponibile, sempre presente una fotografia che impedisce al ricordo di evolversi trasformando chi resta in vita.


Massimo Recalcati, nel suo recente La luce delle stelle morte, ricorre a una bellissima immagine astronomica: molte delle stelle che osserviamo nel cielo sono già scomparse, eppure la loro luce continua a raggiungerci dopo anni, talvolta secoli. Anche gli esseri umani che abbiamo amato continuano a vivere in noi, non perché siano ancora presenti, ma perché la loro luce ha lasciato una traccia nella nostra interiorità. Il lavoro del lutto consiste proprio nel trasformare una presenza concreta in una presenza simbolica.


I griefbot sembrano proporre l’operazione inversa: invece di lasciare che la luce continui il suo viaggio, cercano di ricostruire artificialmente la stella. Ma una stella morta non torna a brillare perché ne riproduciamo l’immagine. Allo stesso modo, una replica digitale può imitare una persona, ma non restituirne la soggettività, la storia vissuta, il mistero insondabile della sua esistenza.


Immagine di copertina: Il fantasma di Oiwa (Oiwa-san), dalla serie Hyaku Monogatari (Cento storie di fantasmi), Katsushika Hokusai, ca. 1831-1832. L’opera raffigura uno degli spiriti più celebri del folklore giapponese, simbolo di una presenza che non riesce a trovare pace.
Il fantasma di Oiwa (Oiwa-san), dalla serie Hyaku Monogatari (Cento storie di fantasmi), Katsushika Hokusai, ca. 1831-1832. L’opera raffigura uno degli spiriti più celebri del folklore giapponese, simbolo di una presenza che non riesce a trovare pace.

Spettri, fantasmi e zombie


Da sempre la cultura umana ha popolato l’immaginario di spettri, fantasmi e morti viventi.

Non sono soltanto creature del folklore o del cinema horror: rappresentano, simbolicamente, il difficile rapporto dell’uomo con la perdita e con l’impossibilità di accettare definitivamente la morte.


I fantasmi ritornano perché qualcosa è rimasto incompiuto. Nei miti e nella letteratura essi chiedono di essere ascoltati, ricordati o congedati. Lo spettro del padre di Amleto, nel dramma di Shakespeare, torna per reclamare una verità rimasta sepolta. È una presenza inquietante, ma profondamente simbolica: non appartiene più al mondo dei vivi, e proprio per questo costringe chi resta a confrontarsi con ciò che è rimasto irrisolto.


Gli zombie raccontano invece una storia diversa. Sono corpi che continuano a muoversi, ma privi di coscienza, desiderio e interiorità. Hanno l’aspetto della vita, ma non ne possiedono più il mistero. È difficile non pensare al clone di Ash in Be Right Back: una presenza capace di imitare perfettamente il comportamento umano, ma incapace respirare, di amare, soffrire, desiderare o trasformarsi.


Martha, in Be Right Back, lo comprende progressivamente e, nell’immagine forse più potente dell’intero episodio, finisce per rinchiuderlo in soffitta. Non riesce a vivere con lui, ma neppure a separarsene. Il clone diventa così un oggetto sospeso, né vivo né morto, testimonianza concreta di un lutto che non è riuscito a trasformarsi.


Forse è proprio questo il rischio più profondo delle nuove tecnologie che promettono di “resuscitare” i defunti: non restituire la vita, ma produrre nuove forme di presenza spettrale.


Non più fantasmi che chiedono di essere lasciati andare, ma simulacri che impediscono ai vivi di continuare il proprio cammino.


Il griefbot è, in fondo, lo zombie del XXI secolo: non un cadavere rianimato, ma un’identità digitalmente simulata che riproduce la presenza senza poter restituire la vita. I fantasmi chiedono di essere ascoltati, gli zombie imitano la vita. I griefbot fanno qualcosa di ancora più inquietante: simulano la presenza di chi non c’è più, impedendo che l’assenza possa lentamente trasformarsi in memoria.


Lo spettro è una figura simbolica, mentre lo zombie è una figura materiale.


Il griefbot, invece, è qualcosa di nuovo: un simulacro.


Potresti leggere anche un approfondimento dal titolo: Vita eterna. La nuova ricerca dell'immortalità


Nella tradizione giapponese gli yūrei sono spiriti incapaci di lasciare il mondo dei vivi perché qualcosa è rimasto incompiuto. La loro presenza non rappresenta tanto la vittoria sulla morte quanto l’impossibilità della separazione. È difficile non cogliere una sorprendente analogia con le moderne repliche digitali dei defunti: anche queste sembrano promettere una presenza che, anziché favorire il lavoro del lutto, rischia di sospenderlo.


Il postumanesimo e il sogno di eliminare la morte


Esiste ormai una galassia di app, avatar, cloni vocali che permettono all'utente di parlare con il suo caro defunti. I più scadenti sono sul mercato a pochi dollari mensili, mentre i più sofisticati posso arrivare a costare qualche decina di migliaia di dollari all'anno.


Stiamo parlando di un fenomeno commerciale che i ricercatori hanno iniziato a chiamare la digital afterlife industry. Il fenomeno è già reale, e in crescita, e forse dovremmo velocemente capirne il perché in quanto potrebbe avere ricadute e implicazioni cliniche rilevanti sulla fragilità umana.


I servizi già in commercio più basilari sono generici e molto semplici da utilizzare: permettono di incollare l'export dati di wApp in un chatboot dando l'istruzione di parlare come il defunto con un prompt del tipo: "parla come mio marito" oppure "scrivi come mio padre".


Project December è invece un servizio più qualificato, una piattaforma online creata da Jason Rohrer che usa modelli di intelligenza artificiale avanzati per creare chatbot realistici, in grado anche di permettere la conversazione, oltre che con personaggi simulati, con persone defunte anche molto tempo prima.


Sam Altman, tra i co-fondatori nonché primo AD di OpenAI, si è iscritto alla lista d'attesa della startup Nectome versando un deposito di 10.000 dollari per ottenere una mappatura perfetta delle sue sinapsi dichiarando di assumere che in futuro la sua mente potrà essere caricata sul cloud, sebbene la comunità scientifica consideri la rianimazione o il caricamento della coscienza un'ipotesi altamente speculativa e al momento impossibile perché il trattamento dovrebbe essere effettuato quando il tessuto è ancora vitale, rendendo l'operazione al 100% fatale.


La morte diventa solo un problema tecnico da superare, non un fatto esistenziale da affrontare e da attraversare.


Il filosofo Hans Jonas, nel suo celebre Il principio responsabilità, riflette sul potere inedito della tecnica moderna e sui limiti etici dell’intervento umano. Non parla ancora di griefbot, ovviamente, ma la sua idea è estremamente attuale: quando la tecnica ci offre possibilità prima impensabili, la domanda non è solo “possiamo farlo?”, ma “dobbiamo farlo?”.


Per il postumanesimo la morte è solo un problema tecnico. Non può essere un fenomeno antropologico, esistenziale e simbolico.


La luce dei nostri cari continua a vivere dentro di noi perché la loro assenza nel lavoro del lutto viene elaborata ed così che il nostro lutto ci trasforma. Nel griefbot la presenza viene simulata, l'assenza negata, il legami congelati, il lutto sospeso.


Chi abbiamo amato continua a vivere non perché possiamo ancora parlargli, ma perché la sua luce continua a trasformare il nostro modo di abitare il mondo.


Forse il problema non è che l’intelligenza artificiale imiti i morti. Il problema è che noi rischiamo di dimenticare perché i morti, a un certo punto, devono poter andare, devono poterci lasciare.


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano



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Questi temi trovano un particolare spazio nel mio lavoro clinico: Il mio approccio alla cura


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Questo articolo invece esplora il rapporto tra lutto e processo individuativo: Lutto, morte e individuazione


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Immagine di copertina: Il fantasma di Oiwa (Oiwa-san), dalla serie Hyaku Monogatari (Cento storie di fantasmi), Katsushika Hokusai, ca. 1831-1832.





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