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L’esperienza della perdita

“Dà parole al dolore: il dolore che non parla sussurra al cuore oppresso e gli comanda di spezzarsi”, William Shakespeare

Solo poche parole cercano di dare voce al dolore, impedendo al cuore di spezzarsi. È un dolore che espone l’essere umano alla sua verità più radicale: la precarietà, il limite, la finitudine. Quando una perdita ci colpisce, viene meno ciò che dava continuità e orientamento all’esistenza. Le stelle non guidano più la navigazione, le costellazioni si dissolvono, la notte resta senza luna.


Non ci sono più le stelle ad orientare la navigazione, le costellazioni a dare un senso di continuità alla informe e caotica volta puntiforme del cielo e nemmeno la luna ad illuminare l’oscurità della notte.


Come dice Tonia Cancrini in uno splendido testo psicoanalitico sul dolore e sulla perdita, ricco di riflessioni, spunti culturali, clinici e autobiografici “la morte, e soprattutto la morte improvvisa, ci getta in un nulla senza fondo, un abisso di disperazione che travolge la nostra mente e il nostro cuore. Non sappiamo più dove cercare: inseguiamo il ricordo, ma la mente si perde nel buio. E un grido esce dal nostro cuore”. In effetti la morte improvvisa è una violenza ossia una violazione, una forzata e improvvisa separazione, “un insulto, qualcosa che colpisce la nostra mente in un modo che non possiamo elaborare, capire. Poiché il pensiero è la nostra ancora di salvezza, poiché la nostra mente è l’appiglio su cui la nostra esistenza può poggiare, dove si perde la mente c’è la follia”.


La perdita improvvisa è sempre stata temuta perché spezza l’ordine del mondo e ci coglie impreparati. Non riguarda solo la morte biologica, ma ogni evento che introduce una frattura irreversibile: la fine di un amore, la perdita del lavoro, della salute, di un ideale, di una parte di sé. Sono tutte esperienze che mettono in crisi il senso stesso dello stare al mondo.


Nel dolore profondo il tempo cambia natura. Come osserva Massimo Recalcati, l’esperienza malinconica è un’esperienza del vuoto: il tempo si blocca, diventa un “tempo morto”. Anche Ludwig Binswanger descrive la melanconia come un’esistenza ferma su un binario morto, dove non passano più treni.


un uomo nel quadro di Munch comunica sofferenza e solitudine
Edward Munch, Malinconia, (1893). Edward Much trasforma la sua sofferenza, la sua malinconia, la sua inquietudine d’animo, il suo malessere nell'arte. Un uomo tormentato e sopraffatto dal dolore, a causa di un’esistenza trascorsa tra importanti e devastanti perdite famigliari e dall'esperienza della sofferenza psichica.

In tutto questo, Edward Munch ha trovato rifugio nell’arte e nell’unico modo possibile in cui poter sfogare e condividere una parte, quella più drammatica, del suo vissuto. La morte della madre e dell’amata sorella Sophie, dopo una devastante malattia come la tubercolosi, la depressione del padre, la pazzia dell’altra sorella Laura e la morte del fratello. A questa serie di lutti e di malesseri, si aggiungono momenti di grande abbattimento e di solitudine.


“Forse quella che chiamiamo angoscia di morte non è che questo insieme di emozioni: perdere l’essere amato è cadere in questo vuoto senza fine, senza appigli, senza che nessuno ci sostenga. L’affetto è la radice dell’esistenza: senza amore tutto va in pezzi, come quando il bimbo non trova l’abbraccio della mamma” dice sempre Tonia Cancrini.


"Forse tutte le cose terribili sono, nel loro intimo, qualcosa che ha bisogno del nostro amore", Rainer Maria Rilke

Il celebre poema Funeral Blues di W. H. Auden — reso indimenticabile dal film Quattro matrimoni e un funerale — dà forma a questo smarrimento assoluto: quando l’altro muore, il mondo intero perde orientamento. Le stelle non servono più, il sole può essere smontato, nulla sembra avere ancora senso:


Fermate tutti gli orologi, isolate il telefono,

fate tacere il cane con un osso succulento,

chiudete i pianoforte, e tra un rullio smorzato

portate fuori il feretro, si accostino i dolenti.

Incrocino aeroplani lamentosi lassù

e scrivano sul cielo il messaggio Lui È Morto,

allacciate nastri di crespo al collo bianco dei piccioni,

i vigili si mettano guanti di tela nera.

Lui era il mio Nord, il mio Sud, il mio Est ed Ovest,

la mia settimana di lavoro e il mio riposo la domenica,

il mio mezzodì, la mezzanotte, la mia lingua, il mio canto;

pensavo che l'amore fosse eterno: e avevo torto.

Non servon più le stelle: spegnetele anche tutte;

imballate la luna, smontate pure il sole;

svuotatemi l'oceano e sradicate il bosco;

perché ormai più nulla può giovare


Dal punto di vista psicologico, il lutto è il travaglio per la perdita dell’oggetto interno, cioè della relazione interiorizzata che dava coerenza alla nostra identità. Gli oggetti d’amore significativi non vivono solo fuori di noi: diventano parte della nostra struttura psichica. Per questo la loro perdita mette a repentaglio la tenuta dell’Io.


Le culture hanno sempre cercato di accompagnare questo passaggio attraverso rituali, pratiche collettive, tempi condivisi del lutto. Oggi, invece, il dolore è spesso privatizzato, vissuto in solitudine, senza contenitori simbolici capaci di sostenerlo.


Sigmund Freud, nel suo saggio Lutto e melanconia, definisce il lutto come la reazione affettiva alla perdita di una persona amata o di un’astrazione che ne ha preso il posto: un ideale, una patria, una visione del mondo. Quando la perdita riguarda ciò che dava senso all’esistenza, il rischio è che l’amore lasci spazio alla morte, Eros a Thanatos, e che il vuoto diventi paralizzante.


"Non esiste presa di coscienza senza dolore", Carl Gustav Jung

In una prospettiva junghiana, l’esperienza della perdita non riguarda soltanto la sottrazione di un oggetto d’amore, ma l’irruzione di una frattura nel rapporto tra l’Io e il mondo.


Quando ciò che dava continuità, orientamento e senso viene meno, l’Io si trova improvvisamente esposto a un vuoto che non può essere colmato rapidamente.


Per Carl Gustav Jung, il dolore profondo non è un incidente da eliminare, ma una soglia. La perdita costringe la coscienza a confrontarsi con ciò che era rimasto nell’ombra: la dipendenza, la finitezza, la vulnerabilità, il limite. È in questo attraversamento che può aprirsi — non senza sofferenza — un processo trasformativo.


Il lutto, in questa luce, non è solo un lavoro di disinvestimento, ma anche un lento ri-orientamento dell’energia psichica. Qualcosa muore, ma qualcosa chiede di nascere in una forma diversa. Se il dolore può essere simbolizzato, narrato, condiviso, esso smette di imprigionare la vita nel vuoto del non-senso e diventa parte di un cammino di individuazione, in cui l’essere umano è chiamato a ridefinire il proprio rapporto con l’amore, il tempo e la propria interiorità.


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano


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Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico, in particolare potresti approfondire: Crisi esistenziali e lutto


Se ti interessa esplorare il rapporto psicoterapia e individuazione puoi leggere: Lutto, morte e individuazione


Ricevo su appuntamento presso lo Studio di Psicologia a Castelletto Sopra Ticino, facilmente raggiungibile dalla provincia di Varese, Sesto Calende e zona Malpensa.






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