Vita eterna. La nuova ricerca dell'immortalità
- Gianluca Minella

- 3 giorni fa
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Aggiornamento: 19 ore fa
Alcuni antichi imperatori hanno cercato ossessivamente l’elisir di lunga vita avvalendosi delle ricerche visionarie di maghi e alchimisti, tra mercurio, zolfo, formule segrete e altre sostanze misteriose. I nuovi imperatori del presente lo cercano nei laboratori della biotecnologia, nelle startup della longevità, nei database dell’intelligenza artificiale, nelle nuove ricerche sul ringiovanimento, sull'onda delle nuove scoperte in tema di rigenerazione cellulare, nelle promesse di sconfiggere a breve il cancro e molte altre malattie grazie ad una nuova medicina in grado di conoscere e manipolare il DNA nella sua totalità.
È cambiato il linguaggio, sono cambiati gli strumenti, ma la domanda sembra essere rimasta la stessa: sarà possibile davvero sottrarsi alla morte?
Da sempre l'uomo continua a misurarsi con il limite della propria esistenza. La morte, più che un evento biologico, una soglia misteriosa da attraversare, resta piuttosto una ferita narcisistica invece che il compimento naturale della vita, uno scandalo per l’Io che vorrebbe attraversarla senza perdere se stesso, conservando la propria identità, personalità e memoria.
Che cosa distingue l’opus contra naturam degli antichi alchimisti che cercavano l'elisir di lunga vita dal nuovo progetto contemporaneo orientato a vincere l’invecchiamento?
L’alchimia, almeno nella lettura simbolica che ci consegna Carl Gustav Jung, non cercava in realtà di prolungare la vita del corpo, o di trasformare i metalli in oro, ma di trasformare l’uomo.
Il sogno contemporaneo dell’immortalità, nelle sue forme più radicalmente transumaniste, pare invece indirizzato ad inseguire qualcosa di più ambizioso e anche più inquietante: la scomparsa della morte, il raggiungimento di uno stato del corpo eternamente giovane, la vita eterna.
E allora una domanda diventa inevitabile: vogliamo davvero vivere per sempre o abbiamo soltanto paura di morire?
Non è la morte invece a dare un senso compiuto alla vita, a renderla più bella e meritevole di essere vissuta pienamente?
E in questa ricerca della vita eterna non è forse possibile scorgere un significato archetipico? Un senso più ampio nel quale possa essere celato un segreto più importante che il raggiungimento dell'immortalità del corpo fisico e della materia che lo compone?
Che sia forse in gioco, nel nuovo transumasesimo, il senso della vita stessa?
Vita eterna e alchimia: il sogno di trasformare l’uomo
Qin Shi Huang, il primo imperatore della Cina, colui che ordinò di costruire la Grande Muraglia a protezione dei confini dai nemici esterni e che riunì in nove anni sotto un'unica corona i molti piccoli Stati che si spartivano un territorio immenso, fece costruire a guardia della sua tomba il celebre "Esercito di terracotta", composto da alcuni carri da guerra, un centinaio di cavalli e ben ottomila statue di soldati.
Una leggenda racconta che Shi Huang, il primo imperatore della dinastia Qin, ossessionato dalla magia e dall'occultismo, inseguiva il desiderio di trovare "la ricetta dell'immortalità".
Archeologi cinesi raccontano che dopo aver unificato l'impero standardizzando le unità di misura, uniformando la scrittura e promulgando decreti su decreti, ordinò ai governatori locali di procurarsi erbe, medicamenti e qualsiasi intruglio in grado di garantirgli l'immortalità.
L'imperatore avrebbe inviato il medico alchimista Xu Fu nei mari orientali per rintracciare l'elisir di lunga vita, ma costui non avrebbe più fatto ritorno.
Un celebre trattato di alchimia cinese, Tan Ching Yao Ch'eh (Grandi segreti dell'alchimia, risalente al 650 d.C.), attribuito a Sun Simiao, discute in dettaglio la produzione di elisir e pillole di immortalità, combinati con mercurio, zolfo e sali di arsenico, proposti anche per il trattamento di alcune malattie e la produzione di pietre preziose. La ricerca dell'elisir di lunga vita da parte dell'imperatore si concluse nel 210 a.C. quando morì.

Anche l'eroe mesopotamico Gilgamesh intraprese una missione molto ardita ma infruttuosa per scoprire il "segreto della vita eterna".
La ricerca dell'elisir di lunga vita, della "quintessenza", la sostanza incorruttibile capace di curare tutte le malattie e prolungare la vita, è stato lo scopo principale dell'Opus degli alchimisti: in realtà l'elisir non era solo un rimedio medico, ma il risultato di complessi processi alchemici il cui scopo era quello di trasformare i corpi corruttibili in forme inalterabili come l'oro.
Nicholas Flamel (1330–1418), Paracelso (1493–1541), Cornelio Agrippa (1486–1535) sono solo alcuni dei celebri alchimisti occidentali, ricercatori arditi che hanno contribuito a fondere la speculazione filosofica e la ricerca interiore con la manipolazione pratica delle sostanze, ponendo anche le basi per la chimica moderna.
Questa ricerca dell'elisir dell'eterna giovinezza, della panacea universale, della pietra filosofale, dell'oro sostanza eterna perché incorruttibile, che negli alchimisti era qualcosa di ben più profondo che la semplice ricerca dell'immortalità fisica, sembra ripresentarsi oggi nelle forme più concretistiche di una esasperata ricerca della longevità.
Longevità, transumanesimo e nuovi imperatori della tecnologia
Gli "imperatori" del nostro tempo stanno investendo miliardi di dollari in startup impegnate a combattere l'invecchiamento, a ringiovanire i corpi per estendere il più possibile l'aspettativa di vita. La ricerca medica promette di guarire, già nei prossimi anni malattie come il cancro e di trovare in poco tempo la soluzione ai nuovi virus che inevitabilmente si presenteranno. Le biotecnologie stanno già impiantando protesi meccaniche nel corpo umano, ridando la vista ai ciechi e sono convinte che "la singolarità è sempre più vicina"come afferma Raymond Kurzweil parlando del momento abbastanza prossimo in cui l'uomo e l'A.I. saranno perfettamente interfacciabili e connessi. Nel prossimo futuro secondo Kurzweil l'umanità cambierà in maniera radicale. Si parla di intervenire sulla materia a livello atomico attraverso nanobot in grado di riparare il corpo umano dall'interno e di veicolare i farmaci nei luoghi più opportuni, di rallentare l'invecchiamento ed estendere la vita ben oltre il limite di 120 anni, di potenziare la mente collegando i nostri cervelli a computer in cloud. Il Guardian riporta le previsioni di Kurzweil su AI di livello umano entro il 2029 e fusione uomo-AI verso il 2045; Time collega Kurzweil anche al tema della “longevity escape velocity”.
Emblematico è il caso di Bryan Johnson, un miliardario americano fondatore di Kernel, azienda dedicata allo studio del cervello umano, simbolo dell’ossessione per il funzionamento della macchina biologica, che spende due milioni di dollari l'anno per il suo programma di longevità estrema.
Nel 2021 ha annunciato il Project Blueprint, uno sforzo "contro natura" volto invertire il proprio processo di invecchiamento. Seguito da un team di medici e nutrizionisti esperti, assume da anni centinaia di pillole al giorno, si sottopone a sedute di trasfusioni di plasma, segue diete calibrate al milligrammo, esegue periodiche risonanze magnetiche ed esami ematici, monitora il suo sonno come fosse in perenne terapia intensiva, diventando lui stesso un esperimento di laboratorio, come posseduto dalla visione di vivere in eterno tanto da affermare:
"siamo la prima generazione che non morirà".
Del resto il suo motto, il nome della sua filosofia è "Don't die". Johnson è convinto che la svolta dell'Intelligenza Artificiale ci aiuterà già oggi a diventare ultra centenari e di poter vedere il XXV secolo.
Anche Sam Altman, il guru di Open AI, Jeff Bezos il fondatore di Amazon e il finanziere Peter Thiel, stanno investendo enormi fortune in ricerche e progetti per combattere l'invecchiamento e per vivere più a lungo.
In realtà tutte le tradizioni spirituali, quando parlano di "vita eterna", non si riferiscono affatto all'immortalità del corpo fisico, bensì all'immortalità dell'anima e alla costruzione lenta, faticosa e silenziosa di un altro tipo di "corpo", quel corpo che gli alchimisti definivano "corpo adamantino", un corpo eterno in grado di attraversare e trascendere la dimensione concretistica e materiale, non di prolungarla.
Questa ossessione dell'uomo di vivere all'infinito i greci antichi l'avrebbero definita "Hybris", perché espressione di arroganza tracotante, volta a superare il limite, quel saggio imperativo "nulla di troppo" che era stato posto dagli déi a regola e misura dell'umano e di tutte le cose.
Sisifo aveva sfidato gli dei e questo gli costò un supplizio eterno. Fu punito in modo esemplare ad un eterno supplizio per avere commesso vari reati e inganni ma soprattutto per aver tentato di ingannare la morte.
I giudici dei Morti gli consegnarono un enorme masso e gli ordinarono di spingerlo fino alla sommità di una collina per farlo poi rotolare dall’altra parte. Ma appena Sisifo arrivava ad un passo dalla meta il masso lo travolge rotolando sempre di nuovo a valle cosicché era costretto ricominciare “mentre il sudore gli bagnava le membra e una nube di polvere si alzava sopra il suo capo”.
Sisifo aveva "peccato" di hybris, sfidando gli dei, travalicando il limite e per questo motivo venne condannato per l’eternità a stare entro un limite invalicabile che non avrebbe potuto superare mai e in questo supplizio, forse, possiamo anche intravedere la cura a suoi eccessi.
Naturalmente non si tratta di svalutare la ricerca medica, che può alleviare sofferenze, curare malattie e migliorare la qualità della vita. Il problema nasce quando la cura del corpo si trasforma in un progetto assoluto di negazione della finitudine, come se la morte fosse soltanto un errore tecnico da correggere.
Se ti interessa questo tema specifico relativo all'eroe che vuole ingannare la morte, puoi guardare il video con il dialogo tra Andrea Graglia e Gianluca Minella.
Immortalità nel cinema: quando vivere per sempre diventa una condanna
La storia del cinema racconta il tema dell'immortalità in vari modi nei quali non sempre i protagonisti vedono l'immortalità come una benedizione.
Frankenstein, nelle sue varie incarnazioni cinematografiche, è tormentato e chiede al suo creatore il perché di essere stato riportato in vita.
L'immortale Connor MacLeod in Highlander a causa della sua immortalità deve continuamente cambiare identità e assistere alla penosa scomparsa delle persone amate vivendo in un perenne processo luttuoso.
L'angelo Damiel de Il cielo sopra Berlino vuole invece incarnarsi per diventare mortale.
In un celebre episodio della serie TV Black Mirror dal titolo Be Right Back dopo la morte improvvisa del fidanzato Ash, Martha, devastata dal dolore del lutto che non riesce ad attraversare, scopre un servizio che le permette di riportare in vita fidanzato nei panni di un androide sintetico che lo replica in tutto e per tutto grazie alla modellizzazione AI di messaggi, video, scritti e altri dettagli appartenenti ad Ash.
La concretistica ricerca della vita eterna che anima i nuovi imperatori contemporanei pare essere più simile a quella narrata in Blade Runner, il celebre capolavoro di Ridley Scott, nel quale Roy Batty, un replicante modello Nexus 6, ossia un androide dalle capacità straordinarie di ultima generazione, venendo a sapere che la sua vita è limitata si ribella e fugge dalle colonie Extramondo per incontrare il dottor Tyrell suo creatore reclamando più vita.
Nell'atto di morire Roy, pronuncia parole che sono diventate celebri nella storia del cinema e che suonano come un grande inno nei confronti della vita, della accettazione della sua dimensione mortale:
«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi "B" balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»
La vertiginosa evoluzione tecnologica in medicina promette che sarà possibile fare l'upload della coscienza e della memoria in un server e in un futuro prossimo, in un robot umanoide come nei film RoboCop e Humandroid o in altri corpi come nella serie TV Altered Carbon.
La creatività e la fantasia umana si sono sbizzarrite da anni intorno a questo tema creando varianti romanzate e serie televisive anche di altro profilo artistico.
Le promesse della medicina unite a quelle dell'AI stanno aprendo scenari a dir poco sconvolgenti: dalla scoperta di nuovi farmaci innovativi che permetteranno di curare malattie rare e tumori a cure per l'invecchiamento basate sulla rigenerazione cellulare.
Del resto già all'origine del metodo scientifico Francis Bacon, filosofo, giurista e alchimista, nel manifesto della Royal Society sosteneva che uno dei benefici della rivoluzione scientifica alle porte sarebbe stato l'eterna giovinezza e la sconfitta dell'invecchiamento.
La figura folkloristica del vampiro ci racconta di un essere immortale, che attraversa i secoli e che tuttavia è profondamente solo. Dracula oltre a vivere ai margini della società è annoiato perché ha già sperimentato tutto e quindi è costretto a succhiare il sangue di chi è veramente vivo ossia degli umani.
Un'altra figura che si affaccia su questo tema è senz'altro quella dello zombie, il morto vivente icona dell'horror, nato dal folklore voodoo haitiano come schiavo privo di volontà e trasformato dal cinema (dal 1968, La notte dei morti viventi di Romero) in un cannibale infettivo, immagine e possibile metafora sociale del consumismo, della perdita di individualità e della angoscia per invecchiamento e per il corpo corrotto.
Freud e la caducità: perché la morte dà valore alla vita
In Caducità, un piccolo saggio del 1916, Freud racconta un aneddoto interessante ai fini del discorso che stiamo imbastendo. Si trovava in vacanza sulle dolomiti in compagnia di un giovane poeta famoso il quale, durante una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura, fu assai turbato dal fatto che tutta quella bellezza era destinata a scomparire:
“Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato o potranno creare”.
Affinché assaporare la perfezione e la bellezza di quella natura il poeta avvertiva il presentimento della perdita piuttosto che goderne a pieno. Il sentimento di precarietà, piuttosto che enfatizzarne il fascino e la bellezza, ne esaltava invece il destino di morte:
“Contestai però al poeta pessimista che la caducità del bello implichi un suo svilimento. Al contrario, ne aumenta il valore! Il valore della caducità è un valore di rarità nel tempo. La limitazione della possibilità di godimento aumenta il suo pregio. Era incomprensibile, dissi, che il pensiero della caducità del bello dovesse turbare la nostra gioia al riguardo. Quanto alla bellezza della natura, essa ritorna, dopo la distruzione dell’inverno, nell’anno nuovo, e questo ritorno, in rapporto alla durata della nostra vita, lo si può dire un ritorno eterno […]. Se un fiore fiorisce una sola notte, non perciò la sua fioritura ci appare meno splendida.”
Freud ci offre qui un controcanto prezioso alla fantasia dell’immortalità: non è la durata infinita a rendere preziosa la vita, ma proprio la sua rarità nel tempo. La caducità non diminuisce il valore del vivente bensì lo intensifica.
Jung, alchimia e morte: la vita eterna come simbolo del Sé
Che cosa differenza l'opera degli alchimisti che Jung considerava opus contra naturam e il lavoro contro natura della nuova ricerca contemporanea che ha l'ambizione trasmutare ciò che è mortale in immortale cercando di trovare il segreto della vita eterna?
Jung sosteneva che l'inconscio non crede alla morte come distruzione totale, ma la percepisce solamente come un passaggio e una trasformazione, un mutamento di stato per utilizzare sempre una metafora proveniente dal linguaggio alchemico.
Anche gli approfondimenti condotti da Marie-Louise von Franz sui sogni di morte ci raccontano che la psiche in conspectu mortis arriva a sorprenderci. Se la morte dal punto di vista della coscienza si presenta spesso come una profondissima crisi, una catastrofe annientatrice, dal punto di vista dell’inconscio è spesso vissuta come un misterioso ed emozionante momento di cambiamento.
Pur portando molte volte le devastazioni fatali della malattia e l’orrore dell’annientamento, soprattutto allorché il sognatore ha raggiunto in vita un elevato grado di maturità e di dis-identificazione con il suo Io cosciente, questi sogni accompagnano il morente in modo sorprendente e misterioso. Sono guide in grado di aiutare il viandante a transitare oltre, nella loro speciale funzione ri-legatrice, tra io e inconscio, visibile e invisibile, finito e infinito.
I sogni dei morenti ci mostrano un’immagine della morte che pur essendo nella coscienza
oppressa da sofferenze crudeli e miserie corporali spesso inaudite, si manifesta nell’inconscio come rinascita, come un inevitabile processo in grado di trasformarci.
L’asse simbolico privilegiato è quello della trasformazione, della metamorfosi che spesso si
configura come una vera e propria creazione.
Nella prospettiva junghiana, i sogni possono diventare immagini simboliche di trasformazione, soprattutto nei momenti di crisi, passaggio e confronto con il limite:
“I grandi sogni, ossia i sogni ricchi di significato […] si presentano perlopiù in periodi
decisivi della vita, vale a dire nella prima giovinezza, durante la pubertà, a mezzo del
cammino e in cospectu mortis”.
In una prospettiva junghiana, la morte non è soltanto la fine biologica dell’esistenza, ma anche una delle grandi immagini della trasformazione psichica. Morire, simbolicamente, potrebbe significare abbandonare una forma d’identità ormai esaurita, lasciare andare, perdere la propria centralità egoica per abbracciare un centro più profondo e più ampio della personalità.
Per questo Jung si interessò tanto all’alchimia. Gli alchimisti, cercando la pietra filosofale e l’elisir di lunga vita, non parlavano soltanto di metalli, sostanze o formule segrete. Descrivevano anche un processo interiore: la trasformazione della materia grezza dell’anima, il confronto con l’ombra, la dissoluzione delle vecchie forme, la rinascita simbolica. L'atanor o l'ambicco a chiusura ermetica erano loro stessi e i processi misteriosi che vi avvenivano dentro, le trasmutazioni dei materiali sottoposti a cottura erano allo stesso tempo le trasformazioni interiori che avvenivano nella loro psiche.
Il fulcro su cui ruota tutta la psicologia analitica non è l’Io come nella psicoanalisi freudiana bensì il Sé, stella luminosa e punto di riferimento assoluto a cui l’Io come un navigante solitario nella notte anela e si orienta senza mai identificarsi completamente.
Questa spinta, alimentata dalla tensione tra gli opposti è soprattutto sofferenza, una capacità della psiche di crescere e operare su se stessa, di incarnarsi progressivamente, anche se mai pienamente, nel mondo empirico in cui vive, fondata sulla perdita e quindi sulla morte. Questo viaggio che l’Io intraprende orientandosi verso la stella del Sé è un opus in progress, il percorso psicologico dell’individuazione, un processo di continua trasformazione che coinvolge la psiche in tutta la sua interezza che è in ultima analisi una vera e propria una preparazione alla morte. Del resto come dice James Hillman:
"è illusorio sperare che la crescita non sia altro che un processo aggiuntivo che non richiede né sacrificio né morte. L’anima predilige l’esperienza della morte per introdurre la trasformazione."
Come ci ricorda Thomas Mann nella Montagna Incantata, un grande romanzo alchemico, ermetico e psicopedagogico, "vivere è morire” (Lebe ist sterben) perché la vita è “respiro escretorio” (exkretorischen Atemhauch) in quanto legata alla dissoluzione, alla putrefazione e quindi alla morte e a “molte altre funzionali indecenze” (vielen anderen funktioneller Unanständigkeiten):
“Eh sì, vivere è morire, non c’è da farsi illusioni [la vita è] une destruction organique”.
Questo perché l’essenza della vita è proprio la morte intesa nella sua più intima natura, come decomposizione e ritorno all’inorganico.
La negazione maniacale è l’atteggiamento che anima maggiormente la “post-umanità” intesa come quel progetto esaltante e vertiginoso che pare avere come scopo quello di riscattarci dalla vergogna prometeica dalla caducità, dell’imperfezione e della lentezza della nostra transitoria ed effimera natura umana, trasformandoci in macchine ossia in dispositivi duri, eterni ed inossidabili e quindi immortali.
Se alcune previsioni dei teorici più radicali del postumano dovessero realizzarsi, potrebbe profilarsi una società profondamente divisa: da un lato pochi individui economicamente in grado di accedere a tecnologie di potenziamento fisico e cognitivo; dall’altro una massa di esseri umani esclusa da tali possibilità.
Dietro la spinta di tale rifiuto maniacale il corpo diviene allora delirio e ossessione, minacciato proprio in quel decadimento fisico che ne costituisce, la sua essenza vivente, come afferma Letizia Oddo nel suo saggio L’inconscio fra reale e virtuale,
“il corpo minacciato dalla paranoia, il corpo ammalato dell’ipocondria, il corpo a rischio degli attacchi di panico, il corpo grasso dell’anoressia e della bulimia, il corpo inscenato del narcisismo e dell’isteria, il corpo reificato e smembrato della perversione”. Il corpo diventa difettoso e come le cose che non funzionano più deve essere aggiustato e rimodellato a tutti i costi, oppure è foriero di sensazioni, emozioni ed inquietudini che vanno eliminate a tutti i costi perché fonti di dolore e sofferenza. Il corpo emozionato, appassionato, innamorato, depresso, addolorato, spaventato, gioioso oppure sofferente come ci ricorda Merleau-Ponty è l’unico mezzo che possediamo per andare al centro delle cose, “facendoci mondo e facendole carne”.
Conclusione: l’Io vuole durare, il Sé vuole compiersi
E tuttavia sarebbe troppo semplice leggere la ricerca contemporanea della vita eterna soltanto come una nuova forma di narcisismo tecnologico. Certamente essa può assumere il volto della hybris: il sogno di un Io che non vuole cedere, che non vuole invecchiare, che non vuole perdere il controllo, che vorrebbe trasformare perfino la morte in un problema tecnico da risolvere.
Ma ogni grande ossessione collettiva contiene anche un nucleo simbolico. E forse, proprio nella ricerca della vita eterna, si nasconde una domanda archetipica più antica e più profonda: che cosa, in noi, cerca di non perire?
Nei momenti di grande mutazione antropologica l’uomo si smarrisce. Le immagini religiose tradizionali perdono forza, i riti collettivi non orientano più l’esistenza, la morte viene rimossa dallo spazio simbolico e confinata nello spazio medico, biologico, tecnico. Ma ciò che viene rimosso non scompare. Ritorna sotto altre forme.
Così, nella nostra epoca, la domanda sull’eternità non parla più il linguaggio dell’anima, della salvezza o della trasformazione spirituale. Parla il linguaggio della biotecnologia, dell’intelligenza artificiale, della rigenerazione cellulare, dell’upload della coscienza, dell’anti-aging. L’antico desiderio di immortalità si traveste da progetto scientifico, da investimento, da protocollo, da ottimizzazione della macchina biologica.
Eppure, dietro questa forma concretistica, continua forse ad agire un’immagine archetipica.
La vita eterna non è solo il sogno dell’Io che vuole durare per sempre. Può essere anche il simbolo del Sé che chiama l’uomo a una vita più intera. L’Io vuole prolungarsi; il Sé vuole trasformare. L’Io vuole accumulare tempo; il Sé vuole dare profondità al tempo. L’Io teme la morte come annientamento; il Sé la include come passaggio, soglia, trasformazione.
L’immortalità egoica vuole conservare ciò che siamo già. L’eternità simbolica ci chiede invece di diventare ciò che ancora non siamo.
La prima appartiene alla logica dell’accumulo infinito: più anni, più salute, più controllo, più dati, più prestazioni, più potere sul corpo. La seconda appartiene alla logica dell’individuazione: più coscienza, più integrazione, più rapporto con l’ombra, più accettazione del limite, più fedeltà alla propria forma interiore.
In questa prospettiva, cercare una “vita eterna” non significa negare la morte, ma interrogare il senso della vita. Non significa voler sopravvivere indefinitamente come Io, ma scoprire ciò che nella nostra esistenza partecipa di una dimensione più grande dell’Io.
Gli alchimisti cercavano l’oro, la pietra filosofale, l’elisir di lunga vita. Ma nella lettura di Jung, questi non erano soltanto oggetti materiali. Erano immagini della trasformazione dell’uomo. L’oro era il simbolo di ciò che, dopo il fuoco, la dissoluzione e la morte simbolica, poteva diventare incorruttibile. Non il corpo che non muore, ma la coscienza che attraversa la propria trasformazione.
Forse, allora, la vera vita eterna non è il prolungamento indefinito della vita biologica. È una vita che ha trovato il proprio centro. Una vita che non si misura soltanto in durata, ma in profondità. Una vita che ha imparato a non fuggire la morte, perché ha compreso che ogni autentica trasformazione richiede la fine di una forma precedente.
La domanda non è dunque soltanto: come possiamo vivere più a lungo?
La domanda più radicale è: che cosa vuole vivere in noi?
E forse la vita eterna, nel suo significato più profondo, non è una vita senza fine, ma una vita finalmente orientata verso ciò che ancora non siamo, verso un uomo nuovo.
Suonano allora misteriose le parole del vangelo:
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, Gv 6, 67-68
Cercare la vita eterna, in questa prospettiva, non significa voler sottrarre il corpo alla morte, ma ascoltare una domanda archetipica che attraversa l’uomo da sempre: che cosa, in me, desidera compiersi oltre la paura della fine?
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico, in particolare potresti approfondire l'importanza della meditazione come pratica di consapevolezza che permette di stare nel vuoto, nell'attesa, qui e ora, nella sospensione di ogni domanda: meditazione e mindfulness
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Questi temi attraversano anche il lavoro clinico nelle crisi esistenziali, nei passaggi di vita e nei lutti, quando la morte reale o simbolica costringe la persona a interrogare il senso della propria esistenza.
Immagine di copertina del post: illustrazione modificata e rielaborata digitalmente con lo scopo di accompagnare il contenuto dell'articolo




