L’illusione dell’autenticità. Perché essere se stessi è così difficile.

Aggiornamento: 3 ore fa
Oggi ci viene continuamente chiesto di essere autentici. Tuttavia prima ancora di imparare ad essere noi stessi abbiamo imparato ad adattarci, a essere amati, a non deludere, a sopravvivere. L’autenticità non consiste solo nell'esprimersi o nell'affermarsi, ma nel ritrovare lentamente ciò che, nel tempo, abbiamo dovuto mettere da parte.
Carl Gustav Jung afferma:
“In ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo la vita è sprecata”
L'illusione contemporanea dell'autenticità
“Essere noi stessi” è un invito che ritroviamo nella pubblicità, nei social network, nei libri così definiti di crescita personale (spesso si fa fatica a capire cosa si intende) e perfino nei percorsi terapeutici. Come mai oggi essere autentici è diventato così difficile?
Viviamo in un’epoca che celebra l’autenticità. Ma cosa significa autenticità?
“Sii te stesso” è diventato uno slogan, un imperativo morale, una promessa di felicità. Eppure raramente ci fermiamo a domandarci una cosa: chi è davvero quel “sé” che siamo invitati a esprimere?
"Diventa quello che sei!", uno slogan che in realtà non è contemporaneo ma attraversa i secoli giungendo fino a noi a partire sin dal poeta greco Pindaro per arrivare fino a Friedrich Nietzsche che ne fa una vera e propria esortazione. (Pindaro, Seconda Pizia: "diventa tale quale sei, dopo aver imparato a conoscere te stesso")
Anche Sant’Agostino diceva: "Volo ut sis. Voglio che tu sia quello che sei".

La crisi è un passaggio
Molte donne e uomini hanno potuto attingere alle loro risorse più profonde proprio perché si sono trovati ad attraversare un momento drammatico. È nel “guado”, nella crisi che toglie il fiato, che spesso emergono capacità impensabili.
Ad un certo punto nella vita, la nostra identità adattata va in crisi e diventa necessaria una trasformazione e alcune volte una vera e propria rivoluzione interiore.
La crisi spesso si manifesta come un momento di grande smarrimento, altre volte come malattia fisica o psichica come per esempio una depressione.
Anche Dante Alighieri, nella Divina Commedia, parlava di questa profonda crisi:
Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
collocandola tuttavia all'inizio di un grande e importante viaggio.
Carl Gustav Jung fa notare come il passaggio dalla prima alla seconda fase della vita possa essere molto faticoso, ma che è nella seconda fase della vita, quando sullo sfondo inizia a presentarsi la morte, che può realmente iniziare il percorso di approfondimento e avvicinamento a se stessi.
Ulisse e il difficile viaggio di ritorno a se stessi
L'Odissea può essere letta anche come il racconto archetipico di un ritorno. Ulisse ha combattuto per dieci anni sotto le mura di Troia e impiega altri dieci anni per ritrovare la sua casa Itaca. Ma l'uomo che ritorna non può più essere quello che era partito.
Porta con sé la guerra, la perdita dei compagni, il naufragio, la paura, la seduzione di dimenticare la propria destinazione e persino l'incontro con il mondo dei morti. Potremmo dire, con un linguaggio contemporaneo, che Ulisse torna dalla guerra profondamente ferito dall'esperienza vissuta. Il suo viaggio verso Itaca può allora essere letto anche come un lungo processo di trasformazione: per tornare a casa deve in qualche modo tornare a se stesso.
È questo uno dei paradossi dell'autenticità. Pensiamo spesso che diventare noi stessi significhi liberarci rapidamente di ciò che ci condiziona. Ma alcuni viaggi interiori procedono nella direzione opposta: occorre attraversare ciò che ci ha feriti, riconoscere ciò che abbiamo perduto, incontrare le nostre ombre e integrare ciò che l'esperienza ha provocato in noi, trasformandoci.
Itaca, allora, non rappresenta semplicemente il luogo dal quale Ulisse era partito. Può diventare l'immagine di un centro interiore al quale ritornare dopo essersi smarriti.
Anche il processo di individuazione descritto da Jung possiede qualcosa di questo movimento. Non consiste nella costruzione narcisistica di un'identità sempre più forte, originale o speciale. Al contrario, richiede spesso che l'Io rinunci all'illusione di sapere già e accetti di confrontarsi con ciò che non controlla, con il suo smarrimento: l'inconscio, la ferita, l'Ombra, il limite, la propria storia.
Individuarsi non significa diventare qualcun altro. Significa compiere il proprio viaggio per poter tornare a se stessi, a casa.
La ferita come via verso se stessi
Molti di noi sono stati educati all’amore condizionato: “ti voglio bene se…”
Questo produce spesso una ferita profonda, un vuoto e una mancanza originaria che spinge a cercare per tutta la vita ciò che non è stato ricevuto.
Aldo Carotenuto descrive questa ferita non come una cicatrice, ma come una feritoia: un varco che permette di accedere alla parte più autentica e sommersa di noi stessi.
Nella vita, di solito, gran parte delle nostre energie viene spesa nel tentativo di colmare questo vuoto, di anestetizzare il dolore. Ma è proprio lì che si nasconde la possibilità di conoscersi.
Ogni incontro significativo può riattivare la ferita, ma al tempo stesso può rivelarci qualcosa di noi che ancora non conoscevamo o mostrarci ciò che continuiamo inconsapevolmente a ripetere.
In questa prospettiva, il “cura te ipsum” finisce spesso per incontrare il più antico “conosci te stesso”.
La distanza che ci separa dalle nostre ferite non curate è la distanza che ci separa dalla verità vivente.
Attraversare la ferita non significa indulgere nel dolore, ma varcarla per accedere a un senso più ampio dell’esistenza.
Daimon, vocazione e fedeltà a se stessi
Ciascuno di noi possiede una virtù. I Greci la chiamavano daimon.
La felicità — eudaimonia — non è uno stato emotivo passeggero, ma il fiorire del proprio buon demone. Realizzarsi significa dare forma a ciò che si è chiamati a essere.
James Hillman ricorda come, nei primi anni di vita, bambino e daimon siano quasi indistinguibili: ciò che viene definito “problema” o “devianza” può essere, in realtà, il segnale di una vocazione che chiede riconoscimento.
Essere fedeli a se stessi significa non tradire la propria vocazione, non vivere secondo copioni estranei.
Attraverso il dolore possiamo scoprire di essere parte di qualcosa di più grande della nostra biografia ferita: ciò che le tradizioni chiamano anima, intesa come relazione vivente con il tutto.
Se ci amiamo davvero, diventa difficile non ascoltare e seguire il nostro daimon.
Come ricorda Elisabeth Kübler-Ross: "È molto importante fare ciò che si ama… alla fine benedirete la vostra vita perché avrete fatto ciò per cui siete stati creati."
Etty Hillesum scriveva nel suo diario: "Il mio fare consisterà nell’essere."
Essere se stessi: individuazione non è narcisismo
Parlare di autenticità porta con sé un equivoco. Se ciascuno deve diventare se stesso, seguire la propria vocazione e sottrarsi alle aspettative altrui, non rischiamo forse di legittimare una forma di narcisismo?
L’invito a “realizzarsi” può facilmente trasformarsi nell’idea che il proprio desiderio debba prevalere su tutto il resto.
Ma il processo di individuazione, nel senso attribuitogli da Carl Gustav Jung, procede quasi nella direzione opposta.
Individuarsi non significa rendere l’Io più forte, più visibile o più importante. Significa anzitutto riconoscere che l’Io non coincide con la totalità della psiche. Dentro di noi esistono aspetti che non controlliamo e che spesso preferiremmo non riconoscere: l’Ombra, i complessi, le contraddizioni, le paure, i desideri rimossi, ma anche possibilità ancora non vissute.
L’incontro con queste parti ridimensiona inevitabilmente l’immagine idealizzata che abbiamo di noi stessi. Per questo l’individuazione non è un processo di autocelebrazione: è, semmai, un progressivo abbandono dell’illusione di essere già ciò che crediamo di essere.
Il narcisismo, almeno nel significato più comune del termine, ha bisogno dello sguardo dell’altro. Cerca conferma, riconoscimento, ammirazione; costruisce un’immagine di sé e ha continuamente bisogno che qualcuno la restituisca come desiderabile.
L’individuazione chiede invece qualcosa di più difficile: diventare capaci di sostenere anche ciò che non riceve approvazione.
Potremmo dire che l’egocentrismo domanda: "Come appaio?"; mentre invece credo dovremmo chiederci: "sto vivendo in modo fedele ciò che sono chiamato a essere?"
Sono domande profondamente diverse. La prima mantiene l’Io sotto lo sguardo degli altri; la seconda introduce il problema della responsabilità verso se stessi.
Conclusione. Ritornare a Itaca
Essere autentici non significa obbedire a ogni desiderio. Ulisse vuole ascoltare il canto delle Sirene, ma chiede di essere legato all'albero della nave. È un'immagine sorprendentemente moderna: non tutto ciò che desideriamo ci conduce verso Itaca. La libertà non consiste semplicemente nel seguire ogni impulso, ma anche nel riconoscere quale desiderio appartiene alla nostra direzione più profonda e quale, invece, rischia di farcela perdere.
Forse l'autenticità non consiste nel diventare qualcuno di diverso, ma nello smettere lentamente di essere tutto ciò che abbiamo dovuto diventare per essere amati, accettati o semplicemente per sopravvivere.
Come Ulisse, possiamo trascorrere una parte della vita lontani da Itaca. Possiamo perderci, adattarci, essere sedotti da altre destinazioni, attraversare tempeste e portare con noi ferite che rendono impossibile tornare semplicemente a noi stessi.
Eppure Itaca continua a esistere. Il processo di individuazione descritto da Jung può essere pensato anche così: non come la costruzione di un'identità nuova e perfetta, ma come un lungo viaggio attraverso ciò che siamo stati, ciò che abbiamo perduto e ciò che siamo diventati, fino a riconoscere qualcosa che ci apparteneva da sempre.
Diventare se stessi, allora, potrebbe significare ritornare a casa. Non indietro verso ciò che eravamo, ma verso una forma più consapevole di ciò che siamo diventati.
Ed è forse questo il senso più profondo del processo di individuazione descritto da Jung: non costruire una nuova identità, ma ritrovare quella che, silenziosamente, ci ha sempre atteso.
L’individuazione non consiste nel diventare più importanti degli altri, ma nel diventare meno estranei a se stessi.
Del resto, come dice il saggio rabbino Hillel il Vecchio nel Talmud: "Se non sono io per me, chi sarà per me?"
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
Un invito a leggere Il cammino dell’uomo di Martin Buber: un viaggio verso il proprio Sé
Potresti approfondire questo tema leggendo una recensione che ho scritto sul mio blog:
Anche il tema del trauma connesso al tema Junghiano dell'individuazione trova spazio nella recensione: Il trauma e l'anima. Dalla sofferenza alla individuazione.
L'articolo Il mandala come cura. Dalla separatività all’unità affronta il principio di individuazione da un altra prospettiva.
Immagine di copertina: L'immagine mostra un celebre stamnos (un vaso antico in ceramica) attico a figure rosse conservato al British Museum, raffigurante Ulisse legato all'albero della nave mentre ascolta il canto delle Sirene, rappresentate come creature alate. La maga Circe aveva avvertito Ulisse del pericolo delle Sirene, creature che con il loro canto incantano i marinai facendoli schiantare sugli scogli o morire di inedia accanto ai resti dei compagni. Nel mito greco antico, le Sirene non avevano una coda di pesce. Erano rappresentate come esseri ibridi con il corpo di uccello e il volto di donna. La trasformazione in creature marine con la coda di pesce si è affermata solo in epoche successive.




