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Lutto e melanconia: quando il dolore si cristallizza

  • Immagine del redattore: Gianluca  Minella
    Gianluca Minella
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 9 ore fa

In una società che tende spesso a velocizzare ogni esperienza, anche il lutto rischia di essere pensato come qualcosa da superare in fretta: “ripartire”, “andare avanti”, “voltare pagina”, come se il dolore avesse un tempo prestabilito e come se la perdita potesse essere archiviata senza lasciare tracce profonde. Ma il lutto non è semplicemente un ostacolo da rimuovere: è un’esperienza psichica complessa, in cui il soggetto è chiamato a trasformare il legame con ciò che ha perduto. Quando questa trasformazione non riesce, il dolore può fissarsi, irrigidirsi, cristallizzarsi.


Quando il lutto non riesce a trasformarsi


Una possibile reazione affettiva alla perdita è quella melanconica, che  potremmo considerare come il rovescio della mania. Tanto la risposta maniacale ha come scopo la rapida dimenticanza dell’oggetto perduto quanto quella melanconica l’impossibilità della sua dimenticanza: anche la melanconia può essere la reazione alla perdita di un oggetto amato.


Mentre la risposta maniacale si fonda sulla sostituzione immediata dell’oggetto perduto, quella melanconica sulla sua insostituibilità, sulla impossibilità di dimenticarlo. È come se l’oggetto perduto rimanesse in qualche modo incollato al soggetto. L’ombra dell’oggetto perduto, del morto, di chi non c’è più o di chi sta per andarsene.


Perdere la propria amata, il proprio figlio, l’oggetto del proprio amore significherebbe in questo modo perdersi, perdere se stessi. È come se si aprisse un buco in grado di inghiottire oltre che l’oggetto che se ne è andato, che è entrato nel regno dei morti, anche il soggetto che, pur rimanendo nel mondo dei vivi, non è più in grado di stare alla sua presenza. Nella melanconia l’oggetto perduto continua a rimanere presente nella sua assenza, ma un’assenza che come sottolinea anche Recalcati diventa una “presenza assordante”. Chi ha attraversato lutti o perdite significative, sa bene di cosa si parla.


La presenza assordante di questa assenza rimbomba giorno e notte nella testa, saturando lo spazio psichico del soggetto, impedendogli ogni slancio vitale, interesse, desiderio, condivisione, proiezione nel futuro e speranza.


In primo piano emerge il volto emaciato e malinconico di una donna dai grandi occhi sbarrati
Quest'opera è l'iconico dipinto "Donna in lutto" (Trauernde Frau), realizzato dal celebre pittore espressionista austriaco Egon Schiele nel 1912. Il dipinto espressionista è caratterizzato da linee spigolose, un forte contrasto cromatico e un'intensa carica emotiva che indaga il dolore, l'angoscia e l'interiorità umana. In primo piano emerge il volto emaciato e malinconico di una donna dai grandi occhi sbarrati. Sullo sfondo, in alto a sinistra, si intravede una seconda figura maschile parzialmente nascosta

Freud: lutto, melanconia e ombra dell’oggetto


L’altro non c’è più, se ne è andato, è entrato nel regno dei morti ma tenendo legato a lui chi è vivo, nell’impossibilità di ogni separazione. La vita del melanconico perde di solito ogni slancio e apertura al mondo perché mangiata, divorata e devitalizzata dall’oggetto perduto che diventa così, nella sua assenza, il nuovo compagno di vita che non se ne andrà più. L’oggetto perduto prende il soggetto e lo trascina con lui nell’Ade togliendogli la vita.


Il lavoro del lutto viene ingessato in una sterilità melanconica che è di fatto il fallimento di ogni possibile cambiamento perché il soggetto, rifiutando la perdita, e quindi il doloroso lavoro dell’attraversamento e del distacco, si ritrova a mollo nella palude della ruminazione mortifera, nella pozza della sofferenza nevrotica:


“La melanconia è psichicamente caratterizzata da un profondo e doloroso scoramento, da un venir meno dell’interesse per il mondo esterno, dalla perdita della capacità di amare, dall’inibizione di fronte a qualsiasi attività e da un avvilimento del sentimento di sé che si esprime in autorimproveri e autoingiurie e culmina nell’attesa delirante di una punizione”


Alcuni indici sintomatici indicherebbero lo scivolamento dal lavoro del lutto verso deriva

melanconica. Anzitutto “uno straordinario avvilimento del sentimento di sé, un enorme

impoverimento dell’Io”. Come scrive Freud:


“Il malato ci descrive il suo Io come assolutamente indegno, incapace di fare alcunché e moralmente spregevole; si rimprovera, si vilipende e si aspetta di essere respinto e punito. Si svilisce di fronte a tutti e commisera a uno a uno i suoi cari perché sono legati a lui, una persona così indegna. Non reputa che in lui sia avvenuto un mutamento, e anzi estende al passato la sua autocritica affermando di non essere mai stato migliore. Il quadro di questo delirio d’inferiorità (prevalentemente morale) è completato da insonnia, rifiuto del nutrimento e da un tratto notevolissimo sotto il profilo psicologico, ossia dal superamento di quella pulsione che costringe ogni essere vivente a restare fortemente attaccato alla vita”


In prima istanza l’oggetto perduto viene ricordato attraverso forme idealizzate, senza mancanze e imperfezioni. La melanconia non tollera quasi mai alcuna crepa nella perfezione dell’altro che non c’è più. In secondo luogo la comparsa dell’autorimprovero e la presenza eccessiva di sensi di colpa. Questa diventa l’afflizione principale del soggetto, la sua fissazione melanconica. Spesso questo autorimprovero è la copertura dell’aggressività inconscia verso il morto che non si può più esprimere. Più c’è auto rimprovero, maggiore sarà l’aggressività rimossa un po’ come avviene per le preoccupazioni dei figli verso le possibili malattie dei genitori.


Binswanger affermava: “la disperazione e lo sguardo profondamente melanconico di questa donna mi sono rimasti chiaramente impressi durante tutta la vita”.


Se il lavoro del lutto è un transito, la melanconia è uno stato permanente che come la mania può diventare psicotico fino al delirio e quindi al suicidio. Mentre il lutto ha una fenomenologia e una dinamica transitoria, la melanconia produce quella che gli psichiatri di orientamento fenomenologico come Binswanger hanno definito una pietrificazione, una mineralizzazione o cristallizzazione del soggetto. I malati melanconici, senza alcuna speranza,

non vedono davanti a sé nessun futuro “non si distaccano dal passato, sono legati al passato

[…] del tutto soggiogati da esso […] tagliati fuori dal futuro”.


La domanda che assilla Freud è: perché la libido rimane attaccata all’oggetto perduto insistendo tenacemente sul passato piuttosto che orientarsi al futuro e di conseguenza verso altri oggetti?


Perché non è in grado di rinnovare semplicemente i propri investimenti ritirandoli dall’oggetto perduto ed orientandoli su altri oggetti? Questo pare essere il mistero della risposta affettiva del malinconico! Perché l’energia vitale non scorre più e si cristallizza?


Perché il soggetto non è più in grado di nuotare nel fiume della vita dove tutto muta, cambia e si trasforma ma sceglie in qualche modo di rimanere a nuotare nella pozza della sofferenza nevrotica o psicotica dove l’oggetto d’amore perduto nella sua assenza diventa indimenticabile? Perché sceglie la prigionia del dolore piuttosto che la libertà?


“Il complesso melanconico si comporta come una ferita aperta che attira su di sé da tutte le parti energie di investimento (energie che nelle nevrosi di traslazione abbiamo chiamato “controinvestimenti”) e svuota l’Io fino all’impoverimento totale”. Questo per Freud spiegherebbe anche il sintomo dell’insonnia, un tipico sintomo della melanconia:


“L’insonnia tipica della melanconia testimonia la rigidità di questa malattia, l’impossibilità di effettuare quel ritiro generalizzato degli investimenti che è necessario affinché si instauri il sonno” .


La melanconia è il movimento opposto al lavoro del lutto. Come sottolinea ancora Recalcati citando Lacan, “il soggetto melanconico non è disposto a perdere l’oggetto, rifiuta la perdita, rifiuta l’esperienza della perdita, rifiuta quello che Freud nominerebbe come l’esperienza della castrazione e oppone al lavoro del lutto, che è un lavoro di organizzazione della perdita - per usare un’espressione di Lacan - un lavoro di adesione massiva all’oggetto perduto o, più precisamente, una identificazione alla perdita” .


La cristallizzazione del dolore


La perdita di interesse per la vita e il mondo, la pietrificazione dell’esistenza nel passato, l’ansia, l’insonnia e la tristezza cronica sono senz’altro i sintomi principali della deriva malinconica, ma la cifra più importante che distingue il delirio malinconico da quello schizofrenico o paranoico, è che si tratta per Freud di un “delirio morale”:


“Nel melanconico vediamo che una parte dell’Io si contrappone all’altra parte, la valuta criticamente e la assume, per così dire, quale suo oggetto. Il nostro sospetto che l’istanza critica, prodottasi in questo caso per scissione dell’Io, possa dimostrare la sua autonomia anche in altre circostanze sarà confermato da tutte le osservazioni ulteriori. Troveremo davvero che esistono dei motivi validi per separare questa istanza dal resto dell’Io. Ciò che in

questo caso impariamo a conoscere è l’istanza comunemente definita coscienza morale” .


Il senso di colpa diventa il teatro del delirio. Il soggetto melanconico si sente indegno: una parte di lui lo giudica, lo critica e lo accusa. Il dialogo interno di questo teatro psichico diviene allora popolato da sentenze inappellabili del tipo “sono una merda”, “non sono degno di esistere”, “sono un povero…”, “sono la rovina nella mia famiglia”, “sono stato uno stupido e ora mi merito la mia sorte”, e così via. E quale sarebbe per Freud il significato dell’autoaccusa del malinconico? Di questa sentenza morale che lo vedrebbe così indegno per stare al mondo, scarto dell’umanità intera, eternamente colpevole? Tutte le accuse che il soggetto rivolgerebbe a se stesso, sarebbero in realtà destinate all’altro, gli autorimproveri destinati all’oggetto perduto che se ne è andato e che lo ha abbandonato:


“Se si ascoltano con pazienza le molteplici e svariate autoaccuse del melanconico, alla fine

non ci si può sottrarre all’impressione che spesso le più intense di esse si attagliano

pochissimo alla persona del malato e che invece con qualche insignificante variazione si adattano perfettamente a un’altra persona che il malato ama, ha amato o dovrebbe amare” .


Gli atti autoaccusatori, tutti i pesanti autogiudizi che il melanconico rivolgerebbe a se stesso avrebbero di fatto un altra destinazione. Nel suicidio ci sarebbe poi in trionfo massimo sull’oggetto d’amore, il suo totale annientamento. Suicidandosi il soggetto ucciderebbe di fatto l’oggetto a cui è rimasto a attaccato, incollato e su cui si è inesorabilmente cristallizzato.


Nella melanconia il soggetto non perde soltanto l’oggetto, ma viene occupato dalla sua ombra:

“L’ombra dell’oggetto cadde così sull’Io, e quest’ultimo poté d’ora in poi essere giudicato da una particolare istanza come un oggetto, come l’oggetto abbandonato.”

Per comprendere appieno la tesi freudiana bisogna inevitabilmente rifarsi a due suoi testi fondamentali ossia i Tre saggi sulla sessualità (1905) e l’Introduzione al narcisismo (1914) attraverso i quali è possibile comprendere quale idea Freud abbia dell’amore. Per Freud infatti l’amore è sempre narcisistico ossia un riempimento libidico del soggetto: amare non è

dono ma significa di fatto voler essere amati e questa è la cieca logica dell’amore: “l’essere amati costituisce la meta e il soddisfacimento della scelta oggettuale di tipo narcisistico." Amare vuol dire quindi idealizzare l’oggetto e investirlo libidicamente.


“L’amare di per sé, come anelito e privazione, deprime il sentimento di sé; l’essere amati,

venire ricambiati del proprio amore, possedere l’oggetto amato lo reinnalza” .


Lo schema che Freud propone per spiegare l’innamoramento è quello dei vasi comunicanti:

l’amante (l’innamorato o colui che ama) riverserebbe quasi tutto il contenuto nel vaso

dell’amato l’amato, configurando una situazione nella quale quasi tutta la libido si troverebbe nel processo di innamoramento nel vaso dell’amato e pochissima libido rimarrebbe quindi nel vaso dell’amante con l’inevitabile conseguenza che l’amante ne risulterebbe svuotato libidicamente:

“Essere innamorati significa che la libido dell’Io trabocca sull’oggetto”

L’amato si troverebbe sopravvalutato, sovrastimato, idealizzato ma nello stesso tempo rifornito di libido perché l’amante ha spostato su di lui tutta la libido: “quando si è

innamorati l’oggetto sessuale assurge a ideale sessuale”. Ma se c’è reciprocità a sua volta

l’amato rifornirà di libido colui che prima se ne è privato ossia l’amante e il cerchio amoroso

in questo modo si può chiudere. Fra i due soggetti di questa coppia che funziona c’è massimo scambio, grande attivazione energetica e vitalità che sono garantiti dalla simmetria della relazione. Ma quale è per Freud lo scopo dell’amore? È descritto magistralmente in questa formula lapidaria:


“Viene amato l’oggetto che possiede le prerogative che mancano all’Io per raggiungere il suo. Gli investimenti oggettuali dell’innamorato sarebbero funzionali non ad uno spostamento libidico, come avviene nella sublimazione, bensì ad un ripristino del narcisismo perduto dell’infanzia . In questo senso “L’idealizzazione è un processo che ha a che fare con l’oggetto; in virtù di essa l’oggetto, pur non mutando la sua natura, viene amplificato e psichicamente elevato”.


Potresti approfondire il tema della melanconia leggendo l'articolo: Depressione: quando la vita perde slancio e il futuro si spegne.


Trasformare il legame, non dimenticare


Da una prospettiva più contemporanea, potremmo dire che il lavoro del lutto non consiste nel cancellare l’oggetto perduto, né nel sostituirlo rapidamente con un altro oggetto, ma nel trasformare il legame. La persona amata non viene semplicemente dimenticata: viene interiorizzata in una forma meno persecutoria, meno divorante, più simbolica. Il problema della melanconia non è allora il permanere del legame, ma la sua fissazione mortifera: l’oggetto non diventa memoria viva, ma presenza assoluta, pietra, idolo, ferita sempre aperta.


Come afferma J. William Worden:

"Il compito del lutto non è cancellare chi abbiamo perduto, ma trovare un modo per ricordarlo mentre si riprende il proprio cammino nella vita".

Cosa avverrebbe invece nella reazione malinconica? Nel momento in cui tutta la libido è spostata sull’oggetto d’amore, che come abbiamo visto può essere l’amato, ma anche un figlio, un amico oppure un grande ideale, succede che il flusso si interrompe e chi si trova nei panni dell’amante è perduto perché non potrà essere risarcito della sua libido che è rimasta prigioniera dell’amato che è scomparso, che se ne è andato. È come se l’oggetto portasse via una parte del soggetto: “Senza di te sono perduto, la mia vita non ha più senso!”. Il soggetto, come abbiamo visto, rimane prigioniero dell’oggetto perché esso è scomparso mentre era stato sovrainvestito libidicamente e quindi idealizzato. Insieme all’oggetto, proprio in virtù dell’investimento idealizzante di tipo narcisistico, se ne va alla deriva il soggetto, in una sorta di emorragia libidica che inizia a svuotare l’Io di energia e soprattutto di senso. Ma è possibile recuperare l’energia libidica che è rimasta prigioniera nell’oggetto, rompere quella identificazione con l’oggetto perduto la cui ombra è finita sul soggetto? Ritirare gli investimenti che l’io ha fatto sull’oggetto per poterli nuovamente dirigerli altrove?


Forse il lavoro del lutto comincia proprio qui: non nel dimenticare l’oggetto perduto, ma nel liberarlo dalla sua funzione persecutoria. Finché il morto resta idolo, colpa, ombra o ferita aperta, il soggetto rimane inchiodato al passato. Quando invece il legame può trasformarsi in memoria, in gratitudine, in traccia simbolica, allora qualcosa della vita torna lentamente a circolare. Non si tratta di tradire chi non c’è più, ma di permettergli di non essere più una prigione. Il lutto, quando può essere attraversato, non cancella l’amore: lo sottrae alla pietrificazione.


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano


Questi temi trovano spazio nel mio lavoro clinico: Crisi esistenziali e lutto


Se ti interessa esplorare il rapporto tra lutto e processo individuativo potresti leggere: Lutto, morte e individuazione


Immagine di copertina del post: dettaglio del dipinto "Donna in lutto", realizzato dal celebre pittore espressionista austriaco Egon Schiele nel 1912



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