Jung e il Kundalini Yoga. Il viaggio della coscienza tra Oriente e Occidente

Aggiornamento: 15 set
Yoga, meditazione e filosofie orientali sono ormai parte del lessico quotidiano dell’Occidente. Pratiche nate in contesti religiosi e filosofici molto lontani dal nostro vengono oggi utilizzate per ridurre lo stress, migliorare la tonificazione muscolare e il benessere generale o cercare una maggiore consapevolezza del rapporto tra il corpo e la mente.
La parola yoga deriva dalla radice sanscrita yuj (o yug), che significa "unire", "congiungere", "legare insieme" o "aggiogare". Nei testi più antichi dell'India lo yoga indicava l'atto di aggiogare i buoi a un carro o all'aratro. Da qui il significato di imbrigliare, concentrare le proprie energie o usare un metodo che potesse risvegliare tutte le potenzialità umane.
Yoga è un sinonimo di religione che ha lo stesso significato da religo che scrittori cristiani come Lattanzio e Tertulliano proposero di far derivare da religare, cioè "legare" ossia "unire" (re- e ligare).
Ma cosa accade quando una cultura importa strumenti spirituali nati in un’altra visione dell’uomo e della coscienza?
Oriente e Occidente: un incontro necessario ma difficile
Carl Gustav Jung si pose questa domanda con largo anticipo. Nel suo confronto con il pensiero orientale — e in particolare nel seminario del 1932 dedicato alla psicologia del Kundalini Yoga — vide nello yoga una straordinaria rappresentazione simbolica della trasformazione psichica. Ma allo stesso tempo mise in guardia l’Occidente da un rischio: quello di adottare categorie orientali senza aver prima compreso la propria struttura psicologica.
Per Jung, infatti, il problema non era diventare orientali. Era comprendere ciò che l’Oriente poteva risvegliare dentro di noi. Possiamo davvero importare una pratica spirituale senza importarne anche il mondo simbolico da cui proviene?
Ecco perché approfondire il rapporto tra la nostra cultura occidentale e lo yoga attraverso la lente epistemologica della psicologia analitica junghiana ci offre strumenti efficaci per comprendere il difficile rapporto tra queste due tradizioni tra loro caratterizzate da una profonda alterità e approfondire il rapporto tra coscienza e inconscio.
L’incontro con l’Oriente non deve diventare un pretesto per scansare in rapporto con noi stessi, un alibi per evitare di fare i conti con la nostra identità e interiorità per evitare di entrare in contatto con l'aggressività che ci abita, con le nostre parti scomode, con la nostra ombra.
Jung e il rischio di “imitare” l’Oriente
La cultura orientale, nella sua essenza, è mistero difficilmente sondabile attraverso il nostro punto di vista occidentale, se non a scapito di gravi errori ermeneutici. Uno degli aspetti centrali di quelle che Foucault chiama “le tecnologie orientali del Sé”, è quello di presentarsi non come corpus dottrinario astratto e intellettualistico, ma come delle “vere e proprie, sofisticatissime 'pratiche di sapere' dove non si da nuova acquisizione conoscitiva senza una parallela 'torsione' dell’impianto mentale, affettivo e comportamentale dell’individuo."
L’interesse occidentale per yoga, per la meditazione e filosofie orientali, non è mai stato così diffuso. Ma comprendere davvero queste tradizioni è molto più difficile che praticarne solo qualche tecnica spesso estrapolata dal suo contesto. Jung lo aveva intuito già nel secolo scorso: l’incontro con l’Oriente può essere fecondo, ma anche ingannevole, soprattutto quando l’Occidente crede di poter assimilare concetti nati nati all'interno di una struttura antropologica, psichica e culturale molto diversa dalla nostra.
Esse mirano, in generale, alla ricomposizione di ogni forma di dualismo che invece caratterizza la coscienza ordinaria occidentale. È indubbio, così, che Jung condivise l’assoluta necessità di una pratica advaita, a-dualistica. Allo stesso tempo tale condivisione fu animata spesso da perplessità ed ebbe dei limiti.
Per Jung, rinunciare al punto di vista coscienziale ed egoico, per quanto angusto e ristretto sia, avrebbe avuto il significato di approdare ad uno stato di totale incoscienza, rimanere con nemmeno un pugno di mosche in mano. L’Occidente non avrebbe potuto semplicemente adottare categorie orientali come se fossero universali e immediatamente trasferibili.
L’uomo occidentale porta con sé una storia diversa: un forte sviluppo dell’Io, della coscienza individuale, della razionalità e della separazione soggetto-oggetto. Tentare di evadere tale struttura in nome di una coscienza universale rischia di produrre non illuminazione, ma inflazione psichica.
Prima andrebbero poste le giuste fondamenta.

Il seminario del 1932: Kundalini come mappa della trasformazione
Parlare di una “coscienza universale” totalmente presente a sé stessa costituisce per Jung un semplice paradosso. L’ammonimento di Jung è quello di studiare e praticare lo yoga, ma senza illudersi di superare la differenza di mentalità.
Carl Gustav Jung si è occupato specificatamente del “pensiero orientale” in alcuni scritti, anche se tutta la sua opera è ampiamente costellata da innumerevoli amplificazioni aventi per oggetto la tradizione orientale: Commenti al Segreto del fiore d’oro (1929/57), Il Libro tibetano della grande liberazione (1954), Psicologia della meditazione orientale (1943), Seminario su La psicologia del Kundalini-yoga (1932). In altri scritti ha messo in relazione yoga e pensiero orientale.
Dunque, l’incontro con l’Oriente non deve servire da alibi per evitare di fare i conti con la nostra identità e con la nostra tradizione, con il fatto che noi occidentali abbiamo ”la storia nel sangue” ovvero l’abitudine a percepire in termini di Io e di Coscienza.
La conseguenza sarebbe quella di una “mentalità” che non procedendo linearmente, non scarta e non esclude ma tende invece all’inclusione, all’annessione. Queste tradizioni “funzionerebbero” come il nostro inconscio. Ad una coscienza lineare farebbe da contrappunto un inconscio circolare, ad una coscienza che scarta un inconscio che include, ad una coscienza che sta nella storia, un inconscio ciclico dove tutto ritorna e si ripresenta eternamente e ad una coscienza che crea, “gettata” nella storia e quindi nell’esistenza, un inconscio di potenze, di essenze potenziali “fissate” nell’eternità.
Jung suggerisce allora di avvicinarsi ai “valori” e ai “concetti” orientali dall’interno e cioè attraverso il nostro inconscio e non attraverso la nostra coscienza, il nostro Io e cioè adottando la lente della nostra tradizione.
Jung interpretò il Kundalini Yoga come un modello delle fasi di sviluppo di stati superiori di coscienza e lo mise in relazione con il processo di individuazione.
Ciò che interessava Jung non era tanto il Kundalini Yoga come tecnica, quanto come rappresentazione simbolica della trasformazione della coscienza.
I chakra potevano essere letti come immagini di differenti livelli dell’esperienza psichica: dalla radice corporea e istintuale fino a forme sempre più ampie di consapevolezza.
Jung non cercava però di “tradurre” semplicemente il sistema orientale nella psicologia occidentale. Al contrario, mise in evidenza che per comprenderlo l’Occidente avrebbe dovuto, in un certo senso, rovesciarlo.
Quando Jung tenne il suo seminario nel 1932 notò che gran parte del suo gruppo si stava “inflazionando”: di fronte ad una filosofia così affascinante l’Io dei partecipanti (medici, psichiatri, ricercatori allievi che erano nel processo individuativo) stava cercando di capire i simboli e gli archetipi che questa cultura individuativa evocava nella brillante esposizione del professor Hauer per farli propri e cioè ricondurli al proprio sistema di coscienza.
Quindi operò una svolta brillante e scioccante insistendo sul fatto che nella nostra esperienza occidentale muladhara deve essere visto come sopra e cosciente all’Io, mentre svadisthana deve essere concepito come sotto e inconscio: “noi abbiamo inizio nel nostro mondo conscio, quindi possiamo dire che il nostro mulathara potrebbe essere non laggiù, nel ventre, ma su nella testa”, questo perché se vogliamo assimilare il pensiero del kundalini-yoga è necessario capovolgere tutto perché
“In oriente l’inconscio è sopra, mentre per noi è sotto. Possiamo quindi rovesciare il tutto, come se scendessimo dal mulathara, come se mulathara fosse il centro più alto. […]. La loro rappresentazione del mondo è completamente diversa dalla nostra, e quindi la possiamo capire soltanto nella misura in cui cerchiamo di capirla nei nostri termini […]. Dobbiamo renderci conto o perlomeno prendere in considerazione il fatto che il mulathara è qui, che è la vita di questa terra, e che qui il Dio è addormentato. Poi ci si immerge nel Krater – per usare una antica citazione di Zosimo – o nell’inconscio, e si intende con ciò una condizione più alta della precedente, perché li ci si avvicina ad un altro tipo di vita. Li ci si muove soltanto grazie a Kundalini che è stata risvegliata”.
Gli ultimi due chakra Ajna e Sahasrara sono per Jung due concetti filosofici che per un occidentale non sono nemmeno immaginabili, tanto che nel suo seminario arriverà a malapena a commentarli.
Per Jung, l’occidentale non parte da una coscienza già immersa nell’unità del Brahman, ma da un Io separato, storico, concreto. Il lavoro psicologico non consiste quindi nel dissolvere subito l’Io, ma nel renderlo sufficientemente saldo da poter entrare in relazione con l’inconscio senza esserne travolto.
Kundalini come forza che muove la psiche
L'obiettivo del Kundalini Yoga è far risalire questa energia dal chakra inferiore (legato agli impulsi di sopravvivenza e potere) fino al loto dai mille petali sulla sommità del capo (Sahasrara).
A livello di questi ultimi due chakra posti sulla sommità del capo non può esserci nessuna esperienza psichica perché qui tutto è uno. Esiste solo Brahman senza una seconda presenza. Per Jung è meglio che l’occidentale non pensi neppure a simili speculazioni. Infatti adottò questo punto di vista nel contesto di una comprensione del pensiero orientale e nei termini della propria psicologia.
Il requisito chiave per il risveglio della kundalini è per Jung la giusta attitudine psicologica.
Per accostarsi all’inconscio sono necessarie una mente purificata e una grazia che guidi, che spinga in avanti e questa grazia interiore è la kundalini che può apparire in vari modi, come paura, nevrosi, malattia, interesse irresistibile, ma l’importante è che situi al di sopra degli interessi dell’Io altrimenti l’Io rinuncerebbe al primo ostacolo se è lui a guidare il processo.
Jung legge Kundalini simbolicamente, come una forza che spinge la psiche oltre gli interessi immediati dell’Io. Questa spinta può emergere attraverso crisi, sintomi, inquietudini, passioni o trasformazioni profonde e persino malattia. Non significa che una nevrosi sia “spirituale” in sé, ma che alcuni momenti di crisi possono costringere l’individuo a confrontarsi con qualcosa che eccede il proprio assetto egoico abituale.
Una volta che kundalini si è risvegliata fornisce la spinta necessaria che non farà più tornare indietro l’individuo. Jung interpreta Kundalini come immagine di una forza psichica trasformativa, capace di orientare l’individuo verso livelli di coscienza che l’Io da solo non potrebbe raggiungere.
Anche se potremmo affermare che Kundalini è anima sono la stessa cosa, come fa osservare Joseph Campbell, essa non è semplicemente "l'Anima" in senso astratto o dualistico, ma rappresenta la forza vitale divina e l'energia psichica latente (la "Dea Serpente") che risiede alla base della spina dorsale e che, risvegliandosi, unisce l'individuo alla coscienza universale, permettendo l'unione spirituale con il divino ossia lo Yoga.
Lo yoga oggi: pratica o appropriazione?
Oggi yoga e meditazione sono spesso proposti come strumenti di benessere, riduzione dello stress o performance psicofisica.
Una pratica orientale può diventare utile anche fuori dal proprio contesto originario, ma rischia di perdere qualcosa quando viene ridotta a tecnica.
Il problema non è “usare” lo yoga in Occidente. Il problema è credere che basti adottarne il linguaggio, le posture o i simboli per accedere automaticamente alla visione del mondo da cui sono nati.
Oggi yoga e meditazione sono entrati stabilmente anche nei contesti psicologici e sanitari occidentali. Un esempio particolarmente significativo è il protocollo Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), sviluppato da Jon Kabat-Zinn alla fine degli anni Settanta, che integra pratiche meditative e semplici sequenze di hatha yoga all’interno di un percorso strutturato per la riduzione dello stress e lo sviluppo della consapevolezza
In questo caso non assistiamo a una semplice imitazione dell’Oriente, ma a una vera traduzione culturale e clinica: pratiche nate in contesti contemplativi vengono inserite in una cornice laica, psicologica e sanitaria e sottoposte progressivamente anche alla verifica della ricerca scientifica.
Proprio qui, tuttavia, la riflessione di Jung conserva tutta la sua attualità. Nel trasferimento da una cultura all’altra qualcosa inevitabilmente cambia. Lo yoga può diventare esercizio corporeo, la meditazione tecnica di regolazione dello stress, la mindfulness strumento di efficienza personale. Sono utilizzi che possono avere un valore reale, ma non esauriscono necessariamente il significato originario delle pratiche da cui derivano.
La questione, allora, non è stabilire se l’Occidente abbia il diritto di utilizzare queste tradizioni, ma chiedersi che cosa accade quando una pratica viene separata dalla visione dell’essere umano e della coscienza nella quale è nata.
L’incontro con l’Oriente può trasformare in modo fecondo la nostra psicologia, purché non diventi un modo per sottrarci alla nostra storia e alla nostra particolare forma di coscienza.
Yoga, alchimia e individuazione
Lo stesso Kabat-Zinn, del resto, non concepisce la mindfulness semplicemente come una tecnica per rilassarsi, ma come una modalità di relazione con l’esperienza fondata sull’attenzione intenzionale e non giudicante. L’integrazione dello yoga nell’MBSR mantiene inoltre una dimensione corporea essenziale: la consapevolezza non riguarda soltanto i pensieri, ma il modo in cui abitiamo il corpo e incontriamo ciò che accade momento per momento.
Il confronto tra yoga e psicologia analitica, a mio parere, può essere ulteriormente approfondito attraverso un altro grande interesse di Jung: l’Alchimia.
Nell’immaginario alchemico la trasformazione della materia non avviene in modo astratto.
Richiede un vaso, ossia un recipiente, un vas hermeticum nel quale le sostanze vengono scaldate, dissolte, separate per poi essere ricomposte. Ma per Jung il laboratorio alchemico non è soltanto un luogo esterno: il processo di trasformazione riguarda anche colui che lo compie.
In questo senso, l’alchimista non osserva semplicemente una materia che cambia. È egli stesso coinvolto nella trasmutazione che contempla, con le sue sensazioni, emozioni ossia con il suo corpo.
Qualcosa di analogo accade nello yoga. La trasformazione non si svolge soltanto sul piano delle idee o delle rappresentazioni simboliche, ma nell'esperienza fatta nel corpo e attraverso il corpo: attraverso il respiro, la postura, la tensione, nell’energia che scorre, nella capacità di sostare nell’esperienza.
Il corpo non è quindi un semplice supporto della coscienza, ma uno dei luoghi nei quali la trasformazione psichica prende forma.
È qui che yoga, alchimia e processo di individuazione sembrano incontrarsi. In tutti e tre i casi, la trasformazione non consiste nell’aggiungere dall’esterno una nuova esperienza, ma nel sottoporre ciò che già esiste a un processo di differenziazione, confronto, integrazione.
L’alchimia parla di solve et coagula: sciogliere e ricomporre. Lo yoga lavora sul corpo e sulla coscienza come dimensioni inseparabili dell’esperienza. L’individuazione, a sua volta, chiede all’Io di confrontarsi con ciò che eccede il suo potere e controllo, affinché la personalità possa organizzarsi in una forma più ampia.
l punto d’incontro tra yoga e psicologia analitica non sta dunque nell’identificazione tra due tradizioni, ma nel riconoscimento di un problema comune: come trasformare la coscienza senza distruggere l’Io, come integrare ciò che è inconscio senza esserne posseduti, come ampliare la personalità senza confondere trasformazione e inflazione.
È in questo senso che il Kundalini Yoga offrì a Jung una potente immagine simbolica del processo di individuazione.
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico, in particolare potresti approfondire: meditazione e mindfulness
Un approfondimento essenziale potrebbe essere la lettuta del post: Il principio di individuazione. Verso lo sviluppo della coscienza umana.
Un invito a leggere: Il mandala come cura. Dalla separatività all’unità
Immagine di copertina: l'immagine di copertina mostra la fotografia di B.K.S. Iyengar, mistico e celebre maestro di yoga indiano. Lo yoga Iyengar è uno stile di Hatha Yoga fondato dal maestro indiano B.K.S. Iyengar, che punta tutto sulla precisione dei movimenti, sul corretto allineamento del corpo e sull'uso di supporti. Lo yoga Iyengar è uno stile di Hatha Yoga fondato dal maestro indiano B.K.S. Iyengar, che punta tutto sulla precisione dei movimenti, sul corretto allineamento del corpo e sull'uso di supporti.




