La fragilità che è in noi.

Aggiornamento: 12 minuti fa
Un profondo discorso sulla “fragilità” è quello sviluppato da Eugenio Borgna in un piccolo saggio la titolo La fragilità che è in noi che fa qui da ispirazione e da cornice ad un discorso più ampio sulla “fragilità”, non intesa come negli slogan mondani dominanti quale debolezza inutile, antiquata e malata, ma come "condizione di sensibilità, delicatezza, gentilezza, dignità" , come un stato dell'essere in cui è anche possibile intuire l’indicibile e l’invisibile, che sono parte del mistero della vita.
La fragilità non è debolezza
Fragilità è anzitutto uno stato d’animo nel quale possiamo incontrare l’altro o scoprire “modi” di essere “altri da noi”. Fragilità soprattutto come possibilità di conoscenza e adozione di un nuovo sguardo sulla realtà, come cifra e coloritura essenziale della condizione umana, come occasione:
“di riflettere sugli aspetti luminosi e oscuri di una condizione umana che ha molti volti e, in particolare, il volto della malattia fisica e psichica, della condizione adolescenziale con le sue vertiginose ascese nei cieli stellati della gioia e della speranza e con le sue discese negli abissi dell’insicurezza e della disperazione, ma anche il volto della condizione anziana lacerata dalla solitudine e dalla noncuranza, dallo straniamento e dall’angoscia della morte”.
La fragilità fa parte della vita:
“Cosa sarebbe la condition humaine stralciata dalla fragilità e dalla sensibilità, dalla debolezza e dalla instabilità, dalla vulnerabilità e dalla finitudine, e insieme dalla nostalgia e dall’ansia di un infinito anelato e mai raggiunto?”
Da questo punto di vista la fragilità può presentarsi come ombra, notte oscura dell’anima, che incrina le relazioni umane e le rende intermittenti e precarie, incapaci di tenuta emozionale, infedeltà, caduta, fallimento, malattia.
“La coscienza della nostra fragilità, della nostra debolezza e della nostra vulnerabilità rende difficili e talora impossibili le relazioni umane: siamo condizionati dal timore di non essere accettati, e di non essere riconosciuti nelle nostre insicurezze e nel nostro bisogno di ascolto e di aiuto”.
La fragilità non è debolezza, soltanto ciò che ci espone al rischio di essere feriti: può essere anche il luogo attraverso cui entra nella coscienza ciò che abbiamo meno sviluppato, meno controllato, meno integrato. Occasione per incontrare l'Altro che è in noi, spesso inetto, insufficiente, povero, disadattato.
La quarta funzione: ciò che resta nell’ombra
Carl Gustav Jung descrive quattro funzioni psicologiche fondamentali della psiche: pensiero, sentimento, sensazione e intuizione. Nessuno di noi le sviluppa nello stesso modo. Una tende a diventare privilegiata, sviluppata e quindi più cosciente mentre quella opposta rimane meno differenziata e quindi più immersa nell’inconscio.
Jung la chiama funzione inferiore o quarta funzione. Non perché sia meno importante, ma perché è il luogo nel quale siamo meno sicuri, meno competenti, meno protetti dalle abitudini dell’Io.
Il concetto "quarta funzione" offre una possibile chiave junghiana per comprendere alcuni aspetti della fragilità psicologica.
Proprio là dove la coscienza è meno differenziata siamo più sensibili e vulnerabili, diventando reattivi e facilmente feribili.
Jung osserva che quando viene attivata la funzione inferiore compare spesso una particolare sensibilità: l’Io perde parte della propria abituale padronanza e qualcosa di più arcaico e affettivamente carico entra in scena.
Pensiamo ad un individuo che è molto capace con il suo pensiero ma che è completamente spiazzato dal suo sentimento; o al contrario un individuo fortemente sentimentale che vive una critica logica come una ferita personale perché il suo pensiero è ancora poco differenziato. Per esempio chi vive a contatto con un mondo concreto può sentirsi destabilizzato destabilizzato dall’incertezza del futuro, cosi chi vive di possibilità e intuizioni può fare davanti ai limiti concreti dell'esistenza, del corpo o della realtà.
La fragilità potrebbe allora indicare non soltanto dove siamo deboli, ma anche dove la nostra personalità è rimasta ancora incompleta e potrebbe ampliarsi.
Il post L'illusione dell'autenticità. Perché essere seé stessi è così difficile potrebbe offrire una occasione di approfondimento.

La funzione inferiore come soglia di trasformazione
La quarta funzione non va semplicemente “rafforzata” come una capacità da allenare.
Rimane più vicina all’inconscio, e proprio per questo può diventare una via di accesso alla trasformazione. Jung lega il suo sviluppo soprattutto al processo di individuazione e alla necessità di correggere l’unilateralità della coscienza.
Ciò che ci rende più fragili può essere anche ciò che interrompe la nostra unilateralità.
Finché viviamo esclusivamente attraverso le capacità e attitudini che conosciamo meglio, il mondo tenderà confermare la nostra identità. È spesso la crisi, la relazione, la perdita o l’incontro con ciò che non sappiamo gestire a costringerci ad ascoltare le nostre funzioni meno sviluppate.
Jung osserva come sia spesso più facile riconoscere e soccorrere la fragilità nell’altro che accogliere il povero, il malato, lo straniero e perfino il nemico che abitano dentro di noi:
"Ma se io dovessi scoprire che il più piccolo di tutti, il più povero di tutti i mendicanti, il più sfacciato degli offensori, il nemico stesso è in me; che sono io stesso ad aver bisogno dell’elemosina della mia bontà, che io stesso sono il nemico da amare — allora che cosa accadrebbe?"
La fragilità non è sempre fuori di noi, nel paziente, nel debole, in chi soffre. Jung ci costringe a riconoscere il povero dentro di noi: quella parte meno competente, meno difesa e meno addomesticata dalla coscienza che chiede non di essere espulsa, ma accolta, vista e amata.
Jung osserva che amare gli altri può essere più facile che amare ciò che siamo realmente.
Confrontarsi con se stessi può essere doloroso “come stringere a sé un ferro incandescente”: prima o poi, scrive, non possiamo più fuggire da noi stessi e dobbiamo verificare se siamo davvero capaci di amarci:
"È facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei, quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente: ti brucia dentro, ed è un vero supplizio. Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci. Ma alla fine i nodi verranno al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, ripresentarti per quell’esperimento, sapere se sei realmente in grado d’amare. È questa la domanda
– sei capace d’amare te stesso? – e sarà questa la prova"
Un invito a leggere la recensione: Il principio di individuazione. Verso lo sviluppo della coscienza umana.
La fragilità come possibilità di incontro
Se le nostre funzioni dominanti tendono a spiegare, controllare e organizzare l’esperienza secondo modalità già conosciute, la fragilità ci obbliga invece a sostare dove queste modalità non bastano più.
È forse per questo che Borgna attribuisce tanta importanza al silenzio: non tutto ciò che trasforma può essere immediatamente compreso.
David Khayat, grande oncologo francese, sottolinea l’importanza psicologica e umana delle parole che si rivolgono ai pazienti e che ne possono rispettare o lacerare la dignità e la fragilità:
“La chirurgia, la radioterapia e la chemioterapia sono ovviamente strumenti essenziali di cura dei tumori, ma a esse è necessario aggiungere, egli sostiene, un altro strumento: quello delle parole. […]. Le parole sono dotate di un immenso potere: sono in grado di aiutare, di indicare un cammino, di recare la speranza, ola disperazione, nel cuore dei malati che, nel momento in cui scendono nella voragine della sofferenza, hanno un infinito bisogno di dare voce alle loro emozioni e al loro dolore, che è dolore del corpo e dolore dell’anima. […] Una diagnosi comunicata in un corridoio o a una segreteria telefonica, un gesto ambivalente che lascia presagire indifferenza o preoccupazione, uno sguardo sfuggente nel momento di rispondere a una domanda: tutto può causare angoscia e disperazione”.
“Quante volte in un incontro terapeutico una paziente, o un paziente, rimane chiuso in un silenzio che non bisogna interrompere, e che è necessario ascoltare nei suoi enigmatici significati; ed è importante distinguere il silenzio che nasce dal desiderio di solitudine da quello che nasce invece dalla profonda tristezza; e ancora distinguere il silenzio che sgorga dalla nostra incapacità di creare una relazione interpersonale dotata di senso, da quello che ha in sé scintille, o gocce, di speranza. […]. Ma dovremmo sapere che nella vita non tutto è dicibile, e non tutto è esprimibile; e non dovremmo illuderci di potere spiegare i pensieri che abbiamo, e le emozioni che proviamo, con le sole parole chiare e distinte. La parola che tace è talora più importante della parola che parla”.
Ti invito a conoscere: Il mio approccio alla cura.
La fragilità nell’epoca dell’intelligenza artificiale e del potenziamento
Viviamo in un tempo che tende a considerare il limite come un difetto da correggere. La tecnologia promette di aumentare le capacità cognitive, prolungare la vita, ottimizzare il corpo, ridurre l’errore, prevedere i comportamenti, rendere più efficiente ogni esperienza. Anche l’intelligenza artificiale partecipa a questa trasformazione: accelera, semplifica, sostituisce, potenzia. In questo scenario, la fragilità rischia di apparire come un residuo del passato, qualcosa da superare.
Essere fragili significa essere esposti, dipendenti, vulnerabili, non completamente autosufficienti.
Significa riconoscere che non tutto può essere controllato, previsto o migliorato. La fragilità ci ricorda che l’essere umano non coincide con la prestazione. Possiamo aumentare le nostre capacità senza per questo diventare più capaci di tollerare la perdita, la solitudine, l’incertezza, la malattia, il fallimento o la morte. Possiamo delegare sempre più funzioni alle macchine senza delegare loro l’esperienza di ciò che significa sentirsi feriti, smarriti o incompleti.
Forse il rischio più profondo del mito contemporaneo del potenziamento non è la tecnologia in sé, ma l’idea implicita che ogni limite sia un errore.
La psicologia del profondo suggerisce invece qualcosa di diverso: alcune delle parti più vulnerabili della personalità non sono scarti da eliminare, ma luoghi nei quali la coscienza incontra ciò che ancora non comprende di sé.
Ciò che ci rende meno efficienti può talvolta renderci più umani.
Forse la vera alternativa alla fragilità non è il potenziamento, ma la capacità di abitare consapevolmente il proprio limite.
Conclusione: ciò che ci rende fragili può trasformarci
Esistono fragilità che hanno bisogno di protezione, cura e sostegno. Ma curare non significa necessariamente eliminare ogni esperienza di vulnerabilità. Può significare anche renderla pensabile, tollerabile e integrabile.
Passiamo gran parte della vita cercando di diventare competenti, forti e sicuri nelle funzioni che ci riescono meglio. Ma il processo di individuazione ci chiede, prima o poi, di volgere lo sguardo anche verso ciò che ci rende incerti.
La quarta funzione rappresenta proprio questa regione meno addomesticata della personalità: quella in cui siamo più facilmente feriti, ma anche più disponibili a essere trasformati.
Forse è per questo che la fragilità, come scrive anche Borgna, appartiene alla struttura stessa della condizione umana.
“Solo nel silenzio si possono ascoltare voci segrete, voci che giungono da un altrove misterioso, voci dell’anima che sgorgano dalla più profonda interiorità, e che portano con sé nel nostro mondo, e nell’autre monde del dolore e dell’angoscia, della malattia e della follia, risonanze emozionali palpitanti di vita”.
Non sempre quello che ci rende fragili è ciò che dobbiamo eliminare. Talvolta è proprio da lì che qualcosa di noi chiede accolto per diventare cosciente.
E allora la nostra fragilità ci viene a salvare !
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
Potresti approfondire il tema della fragilità psicologica attraverso la lente caleidoscopica della sofferenza, del dolore, della stanchezza, della depressione, del trauma e di molti altri temi che tratto nel mio blog tra cui:
Immagine di copertina: immagioni elaborata digitalmente e ispirata a "Q Train", olio su tela realizzato nel 1990 dal pittore britannico Nigel Van Wieck.




