Il rifiuto del lutto: la reazione maniacale alla perdita
- Gianluca Minella

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 11 min
Dopo una perdita, non sempre il dolore appare immediatamente nella sua vera natura. Talvolta può assumere la forma opposta: un’improvvisa leggerezza, un’attività incessante, il bisogno di riempire ogni spazio, di ricominciare subito o di sostituire rapidamente ciò che è stato perduto. L’euforia può allora diventare una difesa dall’assenza e l’attivismo un modo per non sostare nella ferita il tempo necessario.
Freud descrive la 'reazione maniacale' come il tentativo di evitare la penosa e dolorosa elaborazione dell’inevitabile esperienza della perdita.
È bene precisare che in questo contesto, con l’espressione 'reazione maniacale' al lutto non si vuole intendere necessariamente un episodio maniacale in senso diagnostico, ma una modalità difensiva attraverso la quale il soggetto tenta di negare il dolore derivante dalla relazione con l'oggetto perduto.
Il rifiuto del lutto nella società contemporanea
Viviamo, in fondo, un tempo maniacale, caratterizzato da una profonda ambivalenza nei confronti della morte. Si assiste ad un'estrema difficoltà ad entrare in relazione con la morte, a mentalizzarla, simbolizzarla e quindi accettarla. Come sottolinea Recalcati:
“La nostra società è organizzata maniacalmente sulla trasformazione della vita in una festa perpetua […] Siamo sempre indaffarati, sempre in superficie, abbiamo sempre troppo e ci muoviamo sempre troppo. Il nostro è il tempo dell’euforia maniacale, è il tempo che vorrebbe nascondere il fatto che ogni giorno qualcuno muore, che vorrebbe colmare, curare, negare l’esperienza traumatica della perdita. Questo è il tema, ad esempio, della diffusione epidemica dei disturbi alimentari: il nostro tempo è il tempo in cui la pancia deve essere sempre piena, è il tempo del riempimento obbligatorio del vuoto. Riempire ogni cosa, non fare mai esperienza dell’assenza, cioè negare la morte."
Tuttavia il rapporto con la morte e quindi più in generale con la perdita è un’esigenza fondamentale che appartiene all’ontologia, all’essere più profondo che è in noi. Non c’è cultura e civiltà, stagione dell’uomo, in cui questa esigenza non appaia.
Maria-Louise von Franz, allieva di Carl Gustav Jung, sostiene che il rapporto con la morte è, per l'essere umano, un’esigenza archetipica. La nostra società contemporanea, sempre più influenzata dalla vertiginosa accelerazione della prometeica promessa tecnologica, non pare più attrezzata, come un tempo, ad elaborare il lutto per la perdita, perché sempre più orientata a rifiutare il dolore e la sofferenza e quindi a rimuovere la morte in tutte le sue forme, perché non più capace di affrontarla, di guardarla in faccia per quello che è.
Su questo tema potresti leggere l'articolo: Vita eterna. La nuova ricerca dell'immortalità.
Tuttavia, ciò che rimuoviamo, come ci insegna Freud, ritorna proprio nel rimovente:
“Proprio ciò che è stato scelto come mezzo di rimozione – come la furca del proverbio – diventa il portatore di ciò che ritorna; nel rimovente stesso e dietro ad esso si afferma alla fine vittorioso il rimosso."
Ecco allora la morte ritornare nel gusto per il macabro, il funerario, il cimiteriale. La filmografia horror si popola di demoni, zombie e vampiri, i thriller di interventi chirurgici o di cadaveri smembrati sul lettino d’acciaio dell’anatomo-patologo, i film polizieschi di serial killer e psicopatici.
Una necrocultura che dalla fine dell’Ottocento ha fatto progressivamente il suo ingresso nella letteratura, nell’arte, nel cinema e che si declina sempre di più in alcune forme e figure del disagio come per esempio nell'esposizione al rischio delle condotte autodistruttive, nella ricerca dell’oblio delle dipendenze e delle tossicomanie, nei comportamenti alimentari estremi volti a cercare una anoressica magrezza che cerca lo scheletro sotto la pelle come segno dell’eterno, nelle nuove forme della psicopatologia, connotate dalla dolorosa percezione del vuoto e dall’ansia a riempirlo con tutto l’effimero che c’è a nostra disposizione (consumismo e tecnologia), sempre più difficilmente inquadrabili all’interno delle categorie nosografiche di un tempo perché al confine del pensabile.
I pazienti della nuova clinica, infatti, stanno proprio sul confine tra la vita e la morte e le loro storie sono popolate da una radicale discontinuità dell’Io che pare cercare di portare in scena e di rappresentare questa ambivalenza nei confronti della perdita e della morte.
Viviamo forse in un tempo di transizione, in una civiltà di mutazione e cambiamento che sta forse cercando di attraversare il lutto per la propria morte e in attesa di una rinascita.

Freud e la reazione maniacale al lutto
La maniacalità è per Freud una reazione anestetica, “un grande esorcismo nei confronti del dolore”, un attivismo che vorrebbe cucire immediatamente la ferita senza che essa lasci alcuna traccia di sé. Il sistema psichico deve difendersi e far qualcosa il più presto possibile.
La mania è “quell’atteggiamento euforico del soggetto, falsamente leggero, allegro, disinibito e un po’ superficiale che non vuole sapere più nulla dell’oggetto perduto perché vuole evitare di accogliere in sé il dolore causato dalla sua assenza” .
La reazione maniacale è in fondo una reazione narcisistica volta a proteggere l’integrità della soggettività dell’Io che consiste essenzialmente nella scissione tra il soggetto e la sua esperienza psichica, una difesa psichica orientata a negare l’impatto traumatico che la perdita dell’oggetto comporta. Come vedremo per la reazione melanconica, anche la mania lotterebbe contro lo stesso dolore, dal punto di vista intrapsichico contro lo stesso “complesso” con la sola differenza che “nella melanconia l’Io ne è stato sopraffatto, mentre nella mania riesce a padroneggiarlo o a metterlo da parte” .
La fenomenologia tipicamente euforica, di giubilo o trionfo della mania troverebbe una spiegazione di tipo energetico ed economico nella grande quantità di energia che si liberebbe dall’oggetto ma che non verrebbe utilizzata per essere investita altrove su un altro oggetto significativo. Questa energia non verrebbe investita in un nuovo oggetto significativo, ma impiegata narcisisticamente per alimentare le difese psichiche, anziché allentarle e consentire un progressivo contatto con il dolore, come avviene, vedremo, attraverso il lavoro del lutto.
Potrebbe essere interessante confrontare queste considerazioni con il contenuto dell'articolo: La morte è di vitale importanza. Rileggere Elisabeth Kübler-Ross.
Freud fa notare che “Il maniaco ci dimostra inequivocabilmente di essersi liberato dell’oggetto che lo aveva fatto soffrire anche perché si getta come un affamato alla ricerca di nuovi investimenti oggettuali."
Viviamo oggi nel tempo della velocità e quindi anche del lutto facile dello stordimento consentitoci dalla moltiplicazione degli oggetti, delle feste e delle sostanze.
Prendere contatto con il dolore e con la sofferenza che la vita porta con sé è sempre più problematico. La reazione maniacale vuole cancellare il presupposto fondamentale della vita la quale, nella sua essenza più profonda è strettamente legata a quella dell’accettazione del dolore non alla sua negazione. Quando nella clinica incontriamo narrazioni maniacali esse sono generalmente rivolte a cancellare la sofferenza, la piaga, la ferita, il trauma, a costruire storie difensive atte a negare l’incontro con la sofferenza inevitabile che la perdita dell’oggetto comporta.
Dalla morte addomesticata alla rimozione della morte
Anche il più estremo evento della morte in passato spesso arrivava con qualche preavviso, era annunciato, ma erano altri tempi nei quali l’uomo era forse più in ascolto, connesso alle
profondità del suo inconscio come fa notare Philippe Ariès nel suo celebre scritto dal titolo Storia della morte in occidente (1975)
Il celebre scritto attraversa le tappe salienti del rapporto dell’uomo occidentale con la morte. Aries ci dice che ancora tra il VII e l’VIII secolo d.C. fino al Romanticismo, la morte e quindi la perdita era ancora “addomesticata”, nel senso che gli uomini erano domestici al morire, morivano più dolcemente perché la percezione della loro individualità non era così forte, bensì più modesta rispetto a quella del nostro tempo. L’atteggiamento era di maggiore abbandono al destino che governa tutte le cose, più vicino a quello di una offerta al fato: “[…] la morte era una cosa semplicissima” ed era spesso una morte annunciata, da intuizioni e sogni e “sapendo prossima la sua fine, il moribondo prendeva le sue disposizioni”.
Don Chisciotte è ricondotto alla ragione da alcuni segni premonitori che gli fanno dire alla nipote molto saggiamente “mi sento vicino a morire”. Spesso l’avviso “era dato da segni naturali o più spesso ancora da un’intima convinzione, piuttosto che da una premonizione soprannaturale o magica” . Quando Lancillotto, ferito e sperduto nel bosco deserto si accorge di essere in punto di morte compie dei gesti rituali antichi che gli sono dettati da istanze archetipiche, si spoglia delle armi, si sdraia tranquillamente a terra e apre le braccia a croce con la testa rivolta ad oriente verso Gerusalemme: utilizzando il punto di vista junghiano potremmo dire che il suo Io si orienta e quindi si affida per sempre al Sé. “Di solito, dunque, l’uomo era avvisato”.
Nel Settimo Sigillo, il capolavoro di Bergman del 1957, il cavaliere Antonius Block torna dalle crociate (siamo probabilmente nel XIV secolo) insieme al suo scudiero Jons. La scena si apre su una spiaggia deserta circondata da alte scogliere. Il cavaliere si prepara a ripartire quando viene fermato dalla più improbabile delle visioni. Si tratta di una figura solitaria, dal volto bianchissimo e con il corpo avvolto in un enorme mantello nero. È la Morte, venuta a reclamare una nuova anima. Block accetta senza problemi la realtà dell’apparizione e il significato che questa ha per lui. Tutto quello che chiede è una dilazione, per poter trovare una risposta ai dubbi che tormentano la sua anima e per compiere un’azione che abbia un senso. Inizia così la partita a scacchi, con in palio la vita del cavaliere. Bene e male, vita e morte, il bianco e nero degli abiti e della scacchiera. Contrasti forti, essenziali, che non lasciano alcuno spazio per i compromessi. La morte annunciata era una morte guardata negli occhi, il mondo dei vivi e quello dei morti era più continuativo, l’Io non era più coraggioso ma solamente meno forte e strutturato, da un punto di vista psicoanalitico meno identificato con sé stesso e con i suoi “oggetti”, un Io senz’altro meno esposto a derive narcisistiche, più disponibile ad entrare in relazione con la morte.
Non è difficile estendere queste considerazioni alla morte intesa più in generale come perdita dell’oggetto amato. La perdita è diventata sempre più problematica da simbolizzare e da organizzare in una trama di significato proprio per la tenacia e la caparbietà con la quale l’Io riesce, oggi forse più di un tempo, ad intrattenere la sua relazione affettiva con il suo oggetto d’amore. Freud ci spiega bene come nella reazione maniacale l’oggetto perduto debba essere subito sostituito da un altro e nuovo oggetto. La reazione maniacale de-realizza la morte, la aggira sostituendo immediatamente l’oggetto perduto. È una sorta di de-sensibilizzazione del soggetto di fronte al dolore inevitabile del faticoso e inaccessibile lutto che lo aspetterebbe.
Si può davvero sostituire l’oggetto perduto?
La reazione maniacale è questo grande incantesimo dell’Io nei confronti del dolore mediante il quale l’oggetto viene sostituito immediatamente con un oggetto nuovo. E l’avversione o ribellione verso la perdita dell’oggetto, come ci spiega Freud, può in alcuni casi prendere una direzione patologica:
“può essere talmente intensa da sfociare in un estraniamento dalla realtà e in una pertinace adesione all’oggetto, consentita dall’instaurarsi di una psicosi allucinatoria di desiderio” .
Quando l’investimento narcisistico sull’oggetto è troppo tenace e la libido troppo vincolata all’oggetto per essere ritirata ed investita su un altro oggetto significativo, l’esito può essere psicopatologico. Seguendo Freud non è difficile ripercorrere le dolorose vicissitudini della perdita:
“Non è difficile ricostruire questo processo. All’inizio ebbe luogo una scelta oggettuale, un
vincolamento della libido a una determinata persona; poi, a causa di una reale mortificazione o di una delusione subita dalla persona amata, questa relazione oggettuale fu gravemente turbata. L’esito non fu già quello normale, ossia il ritiro della libido da questo oggetto e il suo spostamento su un nuovo oggetto, ma fu diverso e tale da richiedere, a quanto sembra, più condizioni per potersi produrre. L’investimento oggettuale si dimostrò scarsamente resistente e fu sospeso, ma la libido divenuta libera non fu spostata su un altro oggetto, bensì riportata nell’Io. Qui non trovò però un impiego qualsiasi, ma fu utilizzata
per instaurare una identificazione dell’Io con l’oggetto abbandonato. L’ombra dell’oggetto
cadde così sull’Io che d’ora in avanti poté esser giudicato da un’istanza particolare, come un
oggetto, e precisamente come l’oggetto abbandonato. In questo modo la perdita dell’oggetto si era trasformata in una perdita dell’Io, e il conflitto fra l’Io e la persona amata in un dissidio fra l’attività critica dell’Io e l’Io alterato dall’identificazione” .
Tutte le narrazioni e le trame del significato, anche se possono apparire bizzarre e deliranti, hanno tuttavia un senso importante che non può essere eluso facilmente nelle nosografie della psicopatologia.
Tecnologia, postumanesimo e negazione della fragilità
Torna da me (Be Right Back), primo episodio della seconda stagione della serie britannica Black Mirror, trasmesso nel 2013, affronta in modo particolarmente intenso il tema della perdita e dell’illusione tecnologica di poter sostituire la persona amata.
Come ci ricorda Freud il rimosso torna nel rimovente. La perdita non può e non deve essere
negata ma affrontata nel suo lungo e doloroso travaglio. L’oggetto, inoltre, non può essere
sostituito perché ogni vivente è unico e irripetibile. E la tecnologia mostra qui il suo limite nel cercare di lenire il dolore umano. Se da un lato sono stati fatti passi da gigante nella gestione del dolore fisico, il dolore psicologico non può essere eluso: va affrontato ed elaborato. Il fallimento di questo faticoso lavoro, il tentativo di sostituire l’oggetto amato, così come l’impossibilità di lasciarlo andare, porta alla reclusione patologica ossia alla follia. Questo perché l’essenza della vita, e lo vedremo nel secondo capitolo con Jung e soprattutto parlando di alchimia, è proprio la morte intesa nella sua più intima natura, come decomposizione e ritorno all’inorganico.
La negazione maniacale è l’atteggiamento che anima maggiormente quella che Letizia Oddo definisce, nel suo libro Postumanità e psiche. L’inconscio fra reale e virtuale, la“post-umanità”, quel progetto esaltante e vertiginoso che pare avere come scopo quello di riscattarci dalla vergogna prometeica della caducità, dell’imperfezione e della lentezza della nostra transitoria ed effimera natura umana, trasformandoci in macchine ossia in dispositivi duri, eterni ed inossidabili e quindi immortali.
Se le previsioni dei guru del post-umano sono corrette si profilerà una società divisa a metà: i pochi, individui dalle capacità fisiche cognitive potenziate in grado acquistare il 'servizio' e la grande massa di popolazione non potenziata destinata a compiti di manovalanza e tenuta per lo più in schiavitù. Dietro la spinta di tale rifiuto maniacale il corpo diviene allora delirio e ossessione, minacciato proprio in quel decadimento fisico che ne costituisce, la sua essenza vivente:
“il corpo minacciato dalla paranoia, il corpo ammalato dell’ipocondria, il corpo a rischio degli attacchi di panico, il corpo grasso dell’anoressia e della bulimia, il corpo inscenato del narcisismo e dell’isteria, il corpo reificato e smembrato della perversione."
Il corpo diventa difettoso e come le cose che non funzionano più deve essere aggiustato e
rimodellato a tutti i costi, oppure è foriero di sensazioni, emozioni ed inquietudini che vanno
eliminate a tutti i costi perché fonti di dolore e sofferenza. Il corpo emozionato, appassionato, innamorato, depresso, addolorato, spaventato, gioioso oppure sofferente come ci ricorda Merleau-Ponty è l’unico mezzo che possediamo per andare al centro delle cose, “facendoci mondo e facendole carne."
Come ci ricorda la Oddo :
“questo è il progetto delle tecnologie del post-umano: oltrepassare i confini della dotazione
naturale e culturale, i limiti della conformazione individuale, svincolarsi dalla imperfezione e dalla mortalità dell’essere umano così come la storia biologica e psichica, l’hanno modellato, per librarsi nell’infinito virtuale, scomporsi in molteplici presenze assemblate a seconda delle particolari finalità e utilità, trasmettersi elettronicamente nei codici del comportamento automatico, senza più vincoli, nella frenesia pervasiva della risoluzione immediata” .
L’umana fragilità e vulnerabilità, contrassegnata dall’errore e dal fallimento, con le sue
lentezze e limiti, storture e ambivalenze, brutture e contraddizioni, ben al di là dall’essere
accettata come presupposto ontologico dell’essere nel mondo, sotto la spinta di un sempre
più potente negazionismo maniacale che assume qui la forma di un delirio cartesiano nel
quale sia possibile sciogliere finalmente e definitivamente il legame che tiene assieme la res
cogitans con la res extensa, cerca di innalzarsi sempre di più al di sopra della sua ferita
narcisistica.
La reazione maniacale promette una liberazione immediata dal dolore, ma ciò che offre è spesso soltanto una sua sospensione. Elaborare il lutto non significa restare prigionieri della sofferenza, né rinunciare alla vita: significa permettere alla perdita di trasformarsi in esperienza psichica, memoria e significato. Solo ciò che può essere riconosciuto e attraversato cessa gradualmente di governarci dall’ombra.
Suonano iniziatiche le parole di Marie von Ebner-Eschenbach:
“Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime”
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
Leggi di più:
Questi temi trovano spazio nel mio lavoro clinico: Il mio approccio alla cura
Se ti interessa esplorare il tema del lutto ppotresti leggere anche Lutto e melanconia: quando il dolore si cristallizza.
Immagine di copertina del post: particolare de Il volo di Icaro (Le vol d'Icare, 1947) di Henri Matisse




