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La paura di deludere gli altri

Esistono persone che sembrano sempre disponibili. Difficilmente contraddicono, evitano il conflitto, si adattano rapidamente alle aspettative altrui. Spesso vengono considerate “brave persone”: affidabili, sensibili, collaborative. Eppure, dietro questa apparente armonia, può nascondersi una profonda fatica interiore.


Perché dire “no” diventa così difficile? E deludere qualcuno risulta insopportabile?


Il bisogno di essere accettati sostituisce il bisogno di essere autentici.


Da una prospettiva psicologica profonda, questa dinamica può essere letta attraverso due prospettive psicologiche interessanti che elaborano due concetti molto efficaci: il rapporto tra “falso Sé” e "vero Sé" descritto da Donald Winnicott e la dinamica tra adattamento e e individuazione elaborato da Carl Gustav Jung.


Il falso Sé: quando l’adattamento diventa sopravvivenza


Per Winnicott il bambino sviluppa il proprio senso di esistenza autentica soltanto se l’ambiente relazionale permette l’espressione spontanea dei suoi bisogni, emozioni e impulsi profondi.


Quando invece il contesto affettivo richiede un eccessivo adattamento — ad esempio:


  • essere sempre “buoni”,

  • non creare problemi,

  • prendersi cura emotivamente degli altri,

  • reprimere rabbia o tristezza,

  • corrispondere alle aspettative familiari,


il bambino può iniziare a costruire un “falso Sé”.


Quando c'è in gioco il rischio di non essere amati, visti e riconosciuti meglio diventare quello che gli altri vogliono che noi diventiamo piuttosto che essere se stessi.


Il falso Sé non è una menzogna costruita consapevolmente.È una forma di adattamento psichico nata per proteggere il legame con l’altro. È piuttosto una struttura di adattamento. Una sorta di personalità relazionale che nasce per mantenere il legame con l’ambiente.

In altre parole:


“Sarò ciò che gli altri desiderano, purché il rapporto non venga perduto.”


Molte persone che soffrono per la paura di deludere vivono inconsciamente proprio questo conflitto:


  • essere amate oppure essere se stesse;

  • mantenere l’armonia oppure esprimere la propria verità interiore.


Come osserva drammaticamente Donald Winnicott:

“È una gioia essere nascosti, ma un disastro non essere trovati.”
Raffigurato il quadro del pittore Ensor dal titolo Autoritratto con maschere
James Ensor, Autoritratto con maschere, 1899. L'opera è un simbolo della solitudine dell'artista e una critica all'ipocrisia della società. Le maschere rappresentano la falsità delle persone, tra cui l'artista si sente un estraneo.

La maschera sociale e la “Persona” junghiana


La psicologia junghiana offre un'altra prospettiva che tuttavia è sorprendentemente vicina a quella di Winnicott.


Jung definiva “Persona” la maschera sociale attraverso cui l’individuo entra in relazione con il mondo collettivo. La Persona è necessaria: tutti abbiamo bisogno di ruoli, adattamento, riconoscimento sociale. Avere una maschera da un lato ci protegge dal mondo esterno, dall'altro da quello interno (dai nostri impulsi, ombre, aspetti di noi non ancora intergati e assimilati).


Il problema nasce quando l’identità coincide completamente con la maschera.


Quando l’individuo vive soltanto attraverso il bisogno di approvazione, la Persona smette di essere uno strumento e diventa una prigione.


La persona allora:


  • vive in funzione delle aspettative,

  • teme il giudizio,

  • evita il conflitto,

  • perde contatto con desideri autentici,

  • sente un costante senso di colpa nel mettere limiti.


In questa prospettiva, la paura di deludere non riguarda soltanto il rapporto con gli altri.


Riguarda anche il rapporto con il proprio centro interiore. Quando siamo "sbilanciati" sugli altri non siamo mai tranquilli, in pace, al sicuro.



Dal collettivo all’individuazione


Per Jung il processo di crescita psicologica implica un graduale distacco dall’identificazione totale con il collettivo.


L’individuazione non significa isolamento o egoismo. Come afferma Carl Gustav Jung significa diventare progressivamente ciò che si è.:

“Il privilegio della vita è diventare chi si è.”

Questo passaggio è spesso doloroso perché comporta inevitabilmente alcune “delusioni”:


  • non poter soddisfare tutti,

  • non essere sempre approvati,

  • perdere alcune immagini ideali di sé,

  • accettare il conflitto come parte della vita relazionale.


In molti percorsi terapeutici emerge un punto decisivo:la persona scopre che il proprio valore non può dipendere esclusivamente dalla capacità di essere utile, accomodante o necessaria agli altri.


È qui che inizia ad emergere qualcosa di più vero e personale.


Paura di deludere gli altri. La "colpa" dell’autenticità


Molte persone provano colpa quando iniziano a mettere confini sani.

Questa colpa spesso non nasce da un reale egoismo, ma dalla rottura di antichi equilibri psichici:


  • “Se smetto di adattarmi, sarò ancora amato?”

  • “Se dico ciò che sento, verrò rifiutato?”

  • “Se deludo qualcuno, perderò il legame?”


Dal punto di vista junghiano, queste crisi possono rappresentare momenti fondamentali dell’individuazione.


La psiche inizia lentamente a spostarsi:


  • dalla dipendenza dall’approvazione,

  • verso una relazione più autentica con il Sé.


È un passaggio delicato, spesso accompagnato da ansia, senso di colpa e smarrimento. Ma proprio queste fasi possono indicare che qualcosa di più vero sta cercando di emergere.


Dire “no” come atto psicologico


A volte un semplice “no” possiede un enorme significato psicologico.


Può rappresentare:


  • la fine di un adattamento cronico,

  • il recupero della propria soggettività,

  • il riconoscimento dei propri limiti,

  • l’inizio di una relazione più autentica con se stessi.


Non sempre chi ci circonda accoglierà bene questo cambiamento. Alcuni rapporti si ridefiniscono proprio quando la persona smette di vivere esclusivamente attraverso il bisogno di compiacere.


Eppure, nella prospettiva della psicologia del profondo, diventare se stessi implica inevitabilmente anche la capacità di tollerare il rischio della delusione.


Come ci ricorda Carl Gustav Jung in Aion:

"Nessun albero può crescere fino al cielo se le sue radici non scendono all’inferno"

Un’immagine potente per descrivere come ogni autentica trasformazione richieda anche il confronto con il dolore, il conflitto e le parti negate di sé.


Ogni reale processo di individuazione richiede, almeno in parte, l’abbandono del falso Sé costruito per sopravvivere nel mondo collettivo.


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano



Leggi di più:


Nel mio lavoro clinico la prospettiva psicologica junghiana è il modello privilegiato: Il mio approccio alla cura


In particolare potresti approfondire la pagina: La grande stanchezza


Se ti interessa esplorare il rapporto lavoro e individuazione puoi leggere: Burnout professionale e manageriale. Il successo può diventare una trappola



L’immagine di copertina è un quadro di James Ensor dal titolo Autoritratto con maschere del 1899




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