top of page

La grande stanchezza

  • Immagine del redattore: Gianluca  Minella
    Gianluca Minella
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Nell’edizione dell'autunno 2025 di Wired Italia intitolata "L’energia che muove il mondo" è pubblicato un contributo interessante dal titolo “La grande stanchezza”, che affronta il tema della stanchezza collettiva contemporanea. Cal Newport viene intervistato da Erica Brocardo su questo fenomeno per ricordarci che la nostra energia personale è una risorsa da proteggere sempre di più, in un’epoca in cui la vita lavorativa, digitale e sociale tende a consumarla senza un limite apparente. 


Cosa sta drenando la nostra energia? Cosa possiamo fare per fermare questo trend?


Mentre la rivista esplora forme di energia fisica, tecnologica e sociale — dalle tecnologie per la produzione di energia fino alle startup dell’energia alternativa — la “grande stanchezza” è posta come metafora dell’epoca: la fatica diffusa, mentale e fisica, che caratterizza molte persone nel mondo contemporaneo, immagine della pseudo-produttività intesa come richiesta di essere sempre visibilmente impegnati con l'inevitabile esito di essere sempre stanchi.


Secondo questa prospettiva, il problema non riguarda solo la tecnologia o l’economia, ma la gestione delle nostre risorse personali di attenzione, tempo e forza psicologica, che rischiano di essere esaurite da richieste costanti, iperstimolazione digitale, carichi lavorativi crescenti e ritmi social frenetici.


immagine di un opera di Ai Weiwei raffigurante una miriade di biciclette
Ai Weiwei, Forever Bicycles, 2011. L’artista Ai Weiwei, figura cruciale della scena artistica indipendente cinese, è un esempio perfetto di ciò che un artista socialmente impegnato dovrebbe essere. Coinvolto nella lotta per i diritti umani e apertamente contrario al governo cinese, Ai Weiwei riesce a raggiungere un vasto pubblico con il suo lavoro impegnato. La rivista Art Review lo ha classificato come uno degli artisti contemporanei più influenti.

Secondo Newport la pandemia avrebbe portato ad una condizione elevatissima di esaurimento con una crescita significativa dei casi di burnout che avrebbe determinato tra il 2021 e 2022 il fenomeno della Great Resignation: dimissioni o richieste di pre-pensionamento o part-time di milioni di lavoratori nel settore industriale, dei servizi e in misura minore anche fra i Knowledge workers.


"Gli esseri umani non sono fatti per lavorare tutto il giorno, tutti i giorni. Abbiamo bisogno di fluttuazioni: mi impegno al massimo per qualche ora, poi passo un po' di tempo sdraiato sotto un albero a riposare, quindi torno a concentrarmi sul lavoro" ci ricorda Cal Newport.


Ma ogni volta che ci fermiamo "rubiamo soldi all'azienda" e così continuiamo a lavorare e andiamo in burnout. Pensiamo forse che dopo 12 ore di super lavoro basti qualche ora a guardare la TV per ritrovare smalto, riprendere la freschezza e le energie?


"Ma ciò di cui gli esseri umani hanno bisogno è la variazione su più scale temporali". Settimanali, mensili, annuali. I primi giorni della settimana più impegnativi, gli altri meno. Periodi nell'anno di intenso carico accompagnati da periodi caratterizzati da un maggiore scarico. Nella seconda fase della vita il focus non dovrebbe più essere rivolto alla carriera, bensì alla esplorazione di se stessi.


Newport ha dedicato un intero libro a spiegare quanto le mail possano essere nocive.


"Nell'era digitale, uno dei modi in cui dimostriamo di essere produttivi è la comunicazione".


La tendenza è rispondere subito alle mail. Il problema è che i messaggi si riferiscono a cose diverse e il nostro cervello non è in grado di passare così rapidamente da un contesto cognitivo all'altro perché ci vogliono dai 10 ai 20 minuti per focalizzarsi davvero su un argomento. Riunioni on-line, incarichi continui, mail da leggere e a cui rispondere.


L'Intelligenza Artificiale promette una svolta: tutti iniziamo a sognare un assistente digitale che si occupi dei compiti ripetitivi e noiosi regalandoci tempo libero per recuperare energie da poter investire altrove riducendo così il sovraccarico.


In realtà la capacità di ottenere risposte, raccogliere velocemente informazioni, sintetizzare, tradurre "ti fa accelerare, il che significa che puoi fare ancora di più".


Secondo alcune ricerche a causare stress e stanchezza cronica è anche il sistema dell'informazione, con il suo bombardamento quotidiano di cattive notizie. Il panorama mediatico è algoritmicamente orientato a creare engagement, e le emozioni negative sono più coinvolgenti di quelle positive. Se si parla con chi utilizza costantemente i social media ci se rende conto che il loro rapporto con la realtà è completamente diverso. I contenuti dei social media sono "ultra-processati, un po' come certi alimenti. Non è davvero informazione nello stesso modo in cui certi biscotti che trovi al supermercato non sono davvero biscotti.

Si tratta di prodotti creati in laboratorio in modo che tu non possa smettere di mangiarli ... sono informazioni Frankenstein assemblate per essere appetibili. Ma se magi junk food tutto il giorno il tuo corpo si ammalerà".


Nel saggio La società della stanchezza, Byung-Chul Han già aveva descritto nel 2012 in modo profetico una trasformazione radicale delle forme di potere e di sofferenza nella modernità avanzata. Il passaggio da una società disciplinare, fondata sul divieto e sull’obbligo (“tu devi”), a una società della prestazione, basata sull’imperativo della possibilità (“tu puoi”) determina un cambiamento paradossale nel quale l’individuo contemporaneo si percepisce da un lato come libero, ma in realtà è imprenditore di se stesso, costantemente impegnato nell’auto-ottimizzazione. Non è più sfruttato da un potere esterno, bensì si auto-sfrutta. Ed è proprio questa forma di sfruttamento volontario a risultare più efficace e più distruttiva.


La società della prestazione elimina la negatività (il limite, il no, l’interdizione) e promuove un eccesso di positività: efficienza, iniziativa, motivazione, flessibilità, entusiasmo. Tuttavia, questa positività assoluta genera nuove patologie.


Mentre la "società disciplinare" produceva malattie infettive, la società della prestazione produce patologie neuronali:


  • depressione

  • burnout

  • disturbi dell’attenzione

  • sindromi da esaurimento


Queste non nascono dal conflitto con un’autorità esterna, ma dal crollo interno dell’individuo, che non riesce più a essere all’altezza delle proprie aspettative.


Per Byung-Chul Han, la depressione non è solamente una malattia dell’umore, ma l’esito di un fallimento esistenziale: il soggetto della prestazione, non riuscendo più a “poter fare”, sperimenta se stesso come insufficiente.


Il burnout rappresenta il punto estremo di questo processo: non una ribellione, ma una stanchezza dell’anima, una forma di implosione. L’individuo non dice più “non posso”, ma “non riesco più”.


Va distinta una stanchezza distruttiva, che isola, paralizza e svuota da una stanchezza profonda, che potrebbe invece aprire a una trasformazione. Quest’ultima, se accolta e non immediatamente medicalizzata o rimossa, può diventare una soglia: un invito a interrompere la logica della prestazione infinita e a recuperare una forma diversa di relazione con il tempo, il corpo e il senso.


In una prospettiva junghiana, la stanchezza estrema che oggi prende il nome di burnout non può essere ridotta a un semplice esaurimento funzionale. Essa può essere compresa come un segno dell’anima, un messaggio che emerge dal profondo quando la coscienza si è identificata in modo troppo unilaterale con il fare, la prestazione, l’adattamento.


Quando l’Io si irrigidisce in un ruolo, professionale, sociale, identitario e smarrisce il contatto con il Sé, la psiche reagisce. In questo senso, il burnout può essere letto come una ribellione silenziosa dell’inconscio contro una vita vissuta esclusivamente secondo le richieste dell’esterno, del collettivo.


La stanchezza diventa allora una soglia: non solo qualcosa da eliminare, ma un passaggio che chiede ascolto. È il punto in cui l’energia psichica non è più disponibile per sostenere un’identità che ha esaurito la sua funzione. Se accolto, questo arresto può aprire a una trasformazione più ampia, a una riorganizzazione dei valori, a un diverso rapporto con il tempo, il lavoro e il senso.


Nel linguaggio junghiano, potremmo dire che il burnout segnala l’inizio, spesso doloroso, di un possibile processo di individuazione: il tentativo della psiche di ricondurre la persona a una vita più aderente alla propria verità interiore. Non una rinuncia alla responsabilità, ma un invito a ridefinirla; non una fuga dal mondo, ma un modo più autentico di abitarlo.


In questa luce, la stanchezza non è solo un fallimento da correggere, ma una domanda da ascoltare. E talvolta, proprio là dove la prestazione si interrompe, può iniziare un cammino più fedele a ciò che si è.


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano


BIBLIOGRAFIA Consigliata


  • Cal Newport, Digital Minimalism: Choosing a Focused Life in a Noisy World (2019) - propone un uso intenzionale e ridotto della tecnologia per proteggere l’attenzione e la qualità della vita. 

  • Cal Newport, A World Without Email: Reimagining Work in an Age of Communication Overload (2021) - critica la cultura dell’ipercomunicazione e ripensa l’organizzazione del lavoro nell’era digitale. 

  • Cal Newport, Slow Productivity: The Lost Art of Accomplishment Without Burnout (2024) - invita a ripensare la produttività per evitare il burnout e valorizzare risultati significativi con meno spreco di risorse personali.  

  • Maslach, C., Leiter, M. P., Burnout: The Cost of Caring, Malor Books, 2016 - Testo classico e fondativo che introduce il burnout come fenomeno relazionale e organizzativo, non come fragilità individuale.

  • Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, 2012 - Il burnout come esito della società della prestazione, dell’auto-sfruttamento e dell’iper-positività.


Leggi di più:


Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico, in particolare potresti approfondire: meditazione e mindfulness


Se ti interessa esplorare il rapporto psicoterapia e individuazione puoi leggere: Burnout professionale e manageriale. Il successo può diventare una trappola


Ricevo su appuntamento presso lo Studio di Psicologia a Castelletto Sopra Ticino, facilmente raggiungibile dalla provincia di Varese, Sesto Calende e zona Malpensa.



bottom of page