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La resistenza silenziosa della coscienza.

  • Immagine del redattore: Gianluca  Minella
    Gianluca Minella
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 2 ore fa

Passiamo molto del nostro tempo in trance, non nel senso che abitiamo psicologicamente uno stato mentale eccezionale, magico o estatico: tutt'altro. Abitudini, routine interiorizzate, automatismi che si ripetono senza che ce ne accorgiamo veramente e nei quali più delle volte siamo letteralmente intrappolati: questa è la nostra trance quotidiana.


È la trance di chi è apparentemente sveglio e funzionale eppure assente a sé stesso. Uno stato quotidiano, sottile, onnipresente nel quale la coscienza in realtà è spesso ritirata.


Secondo Milton Erickson, la trance ipnotica non è qualcosa di raro o misterioso: è uno stato naturale che attraversiamo più volte al giorno: mentre guidiamo, leggiamo un messaggio, o rimaniamo assorti in un pensiero ricorrente


Quando la nostra attenzione si assottiglia, quando si riduce ad un piccolo solco anziché aprirsi alla pluralità delle nostre percezioni e risorse, la coscienza si restringe  acquisendo una "visione tubolare", la nostra vita inizia a scorrere su binari automatici, ad eseguire comportamenti e abitudini che tendiamo a non mettere più in discussione.


È come se, da un lato, fossimo assorti e presi dalla nostra esperienza, mentre dall’altro ciechi rispetto alla sua ricchezza interiore, al senso e significato profondo che essa potrebbe aprire in noi.


Viviamo sovente in trance che ci limitano, costruite attorno a paure, modelli relazionali rigidi, resistenze automatiche, che isolano la nostra esperienza dal potenziale creativo e immaginativo che essa potenzialmente potrebbe contenere.


Su questo tema potresti leggere per un approfondimento anche l'articolo Viviamo in trance! Ipnosi per il risveglio.


Nel celebre mondo distopico ma quanto mai attuale di "1984" di George Orwell, i prolet o proles costituiscono circa l’85% della popolazione. Costituiscono la classe lavoratrice, povera e marginalizzata, esclusi dalla vita politica e ideologica, lasciati volutamente inermi ma “liberi” nelle piccole cose. Vivono ai margini della società controllata dal "Partito", tra lavori umili, osterie, lotterie, relazioni affettive e una cultura popolare rozza ma vitale. Ma proprio perché non sono consapevoli, non diventano mai rivoluzionari. Il "Partito" li considera irrilevanti, e proprio per questo non li teme.


Il riferimento orwelliano ai "proles" in 1984 è potente proprio in questo senso: non sono ’schiavi’ di un potere esterno, ma piuttosto persone immerse in una routine di significati e immagini che non interrogano mai veramente, non perché non possano farlo, ma perché vi sono ormai abituati.


Nelle tradizioni meditative (buddhiste, mindfulness, ma anche stoiche) il concetto è analogo: si fa riferimento alla mente che vaga, all'identificazione con il flusso dei pensieri, all'azione automatica senza presenza.


Patanjali in uno dei sutra più celebri dello Yoga Sutra afferma : "Yogaś citta-vrtti-nirodhah" ossia Yoga è la cessazione delle fluttuazioni della mente. Le Vrtti sono, nello Yoga, le modificazioni della mente, i movimenti e le reazioni automatiche, gli automatismi appresi, le reazioni automatiche non scelte, le ripetizioni inconsapevoli.


Nella foto è raffigurato B.K.S. Iyengar è una delle figure di maggior rilievo nell'ambito dello yoga mondiale in una asana dello yoga
Bellur Krishnamachar Sundararaja Iyengar (Bellur, 14 dicembre 1918 – Pune, 20 agosto 2014) è stato un mistico indiano. È stato il fondatore del cosiddetto Iyengar Yoga nonché uno dei più famosi maestri di yoga. Il metodo Iyengar è divenuto famoso sia grazie al carisma del suo fondatore sia per la precisa didattica d'insegnamento della disciplina sviluppata dal maestro, questa comporta una precisione minuziosa nella descrizione delle varie posizioni (asana) e dell'allineamento del corpo durante l'esecuzione. Iyengar insiste sul riferimento al celebre aforisma degli Yoga Sutra di Patanjali: "Yogas citta vritti nirodha". Le vritti sono i "vortici" o le fluttuazioni della mente, e lo yoga rappresenta il metodo per calmarli.

Jon Kabat-Zinn parla esplicitamente di living on automatic pilot: vivere senza essere davvero presenti a ciò che accade, pur essendo funzionali. Molte correnti contemporanee – dal neo-cognitivismo alle pratiche meditative – parlano di “pilota automatico”. Non come errore, ma come modalità naturale della mente. Il problema non è vivere in automatico, ma non sapere di farlo. Quando l’automatismo diventa invisibile, la libertà si restringe. La coscienza non nasce spegnendo il pilota automatico, ma osservandolo e imparando a riconoscerlo.


Lo Yoga si definisce in questo modo come la regolazione delle fluttuazioni della mente.

Non l’eliminazione dei pensieri, ma la fine del loro dominio automatico. È una definizione sorprendentemente attuale: ciò che oggi chiamiamo “pilota automatico” era già riconosciuto come il principale ostacolo alla libertà interiore. La coscienza non nasce quando la mente tace, ma quando smette di guidare in automatico.


Il pilota automatico non è il problema (anzi certe volte è molto utile perché ci permette di risparmiare energie e di eliminare i sovraccarichi) bensì l’assenza di consapevolezza della sua esistenza.


Nella mia pratica clinica a volte integro meditazione e mindfulness per aiutare le persone le persone a riconoscere quanto è prezioso stare nel momento presente, osservare sensazioni, emozioni e pensieri senza giudicare, diventare più consapevoli degli automatismi da cui sono abitate.


Quando non sappiamo di essere in automatico tendiamo a scambiare una reazione per un'azione ossia una scelta, il pensiero (che fabbrichiamo noi) per la realtà, l’abitudine per identità: e la trance quotidiana si consolida sempre di più.


In ipnosi clinica si direbbe che:


  • l’attenzione è ristretta

  • il campo di possibilità si riduce

  • la mente segue un’unica traccia narrativa (mono-ideismo)


La differenza tra trance che imprigiona e trance che libera non è lo stato in sé, ma la direzione dell’attenzione.


E qui il parallelismo con 1984 diventa implicito: non serve un controllo esterno, quando il controllo è internalizzato come automatismo.


Qui la sofferenza non nasce dall’evento, ma dal non esserci mentre l’evento accade.


Dunque, cosa significa risvegliarsi? Riconoscere anzitutto ciò che siamo vivi, allargando l’attenzione e liberando risorse dormienti. In terapia, per esempio, questo può significare aiutare la persona che lo richiede a:


  • allentare i modelli di controllo rigido e la paura di affidarsi alla vita,

  • riconnettersi con capacità e risorse interiori,

  • dare nuove forme a vissuti rigidi,

  • trasformare automatismi

  • riconoscere sensazioni, emozioni e sentimenti.


La trance quotidiana in cui siamo immersi non è la nostra nemica. È piuttosto uno specchio: mostra il modo in cui l’attenzione può essere contenuta o liberata. La trasformazione non è un salto spettacolare, ma un modificarsi progressivo della qualità dell’essere presenti.


E allora il risveglio non è un atto straordinario, ma una scelta continua: scegliere di vedere — dentro e fuori — con la stessa attenzione con cui scegliamo di respirare, camminare, ascoltare. La presenza consapevole è il vero antidoto alla trance che ci rende automatici: non un miracolo, ma una pratica quotidiana


Durante e dopo la pandemia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato esplicitamente di “infodemia”: un eccesso di informazioni, spesso contraddittorie, che rende difficile orientarsi e scegliere consapevolmente.


È la trance indotta dal rumore continuo:


  • breaking news incessanti

  • esperti che esprimono posizioni contrapposte

  • titoli allarmistici che cambiano ogni 24 ore


Non serve censurare la realtà per spegnere la coscienza: basta saturarla. Ogni settimana un nuovo caso: per 48 ore indignazione totale, poi oblio e questo attraverso frasi estrapolate, video virali, colpevoli designati, catastrofi imminenti, confusione sugli scenari politici internazionali.


In questo modo non c’è elaborazione, integrazione, non c’è memoria, assimilazione, trasformazione, non c'è coscienza. Del resto non è necessario proibire il pensiero critico, se lo si dissolve in micro-emozioni frammentate e continue.


Alcuni fatti di cronaca (omicidi familiari, femminicidi, tragedie improvvise) vengono seguiti per settimane come narrazioni seriali attraverso ricostruzioni ossessive, dettagli superflui, “profilazioni psicologiche” semplificate.


Dal punto di vista psicologico questo produce identificazione, paura, dissociazione e di conseguenza passività: guardiamo un'esperienza che di per se sarebbe traumatica da lontano per non ascoltare cosa produce in noi.


Il certo della propaganda politica è un linguaggio ipnotico che ha come scopo quello di generare negli individui stati di trance.


Del resto paghiamo già senza contanti, comunichiamo senza voce, ci muoviamo seguendo mappe che decidono per noi.


Alcuni pazienti entrano nella stanza della psicoterapia smarriti e ipnotizzati dichiarando drammaticamente: “funziono, faccio tutto, ma non ci sono”. E il terapeuta talvolta non è più libero di loro.


Quando il linguaggio si semplifica, diventa dicotomico e smette di nominare la complessità, la coscienza si restringe: slogan semplificati, nemici simbolici, promesse emotive.


La trance contemporanea è una modalità di adattamento e di sopravvivenza. Ma sopravvivere non è vivere!


Orwell ci ricordava tuttavia che se c’è speranza è nei proles, proprio perché non tutto il potenziale umano in loro è stato annichilito, ma è solo sommerso, non riconosciuto.


Una parte del lavoro terapeutico è accompagnare il cliente al centro di se stesso, restituire spazio alla coscienza perché possa assimilare, elaborare, simbolizzare e di conseguenza scegliere in libertà e con consapevolezza.


Quando la coscienza è saturata dal caos dei messaggi che popolano i media, si confronta con forti contraddizioni, è esposta ad esperienze che non riesce ad elaborare nella loro complessità, come avviene quando è esposta ad un trauma, si dissocia ed entra in azione il pilota automatico.


Un celebre aforisma spesso attribuito alla tradizione buddista ammonisce:


"Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventeranno parole; fai attenzione alle tue parole, perché diventeranno azioni; fai attenzione alle tue azioni, perché diventeranno abitudini; fai attenzione alle tue abitudini, perché diventeranno carattere; fai attenzione al tuo carattere, perché diventerà il tuo destino.


Dove c’è presenza, tuttavia, l’automatismo smette di essere destino e torna a essere possibilità.


Ma è faticoso, ci vuole molta tenacia ed energia vitale per stare in tensione tra gli opposti, aprirsi alle contraddizioni, abitare la complessità.


Questa è la resistenza silenziosa della coscienza.


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano


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Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico, se sei interessato all'approccio analitico junghiano puoi leggere la pagina Psicoterapia individuale


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Immagine di copertina del post: immagine creata digitalmente e ispirata all'arte visionaria di Jean Michel Folon






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