Il mondo dei sogni. Può un'intelligenza artificiale sognare?

Aggiornamento: 21 ago
Nel film 2010 - L'anno del contatto (1984), sequel di 2001: Odissea nello spazio, il dottor Chandra, creatore di HAL 9000, sta lavorando sulla Terra con SAL 9000, un'intelligenza artificiale della stessa generazione, per preparare una missione di recupero del Discovery e la riattivazione di HAL che aveva inspiegabilmente disfunzionato uccidendo tutti i membri dell'equipaggio. Prima di disattivare temporaneamente alcune delle sue funzioni per effettuare alcune verifiche, SAL gli rivolge una domanda sorprendentemente umana: «Sognerò?». Chandra la rassicura: «Certo che sognerai. Tutti gli esseri intelligenti sognano. Nessuno sa perché».
Quarant'anni dopo quella scena possiede un significato che allora apparteneva quasi interamente alla fantascienza. Oggi dialoghiamo quotidianamente con intelligenze artificiali capaci di scrivere racconti, produrre immagini, simulare emozioni, dare una interpretazione ad un sogno.
E allora la domanda di SAL ritorna, ma rovesciata verso di noi: un'intelligenza artificiale può davvero sognare?
Il sogno come natura che vive dentro di noi
Jung afferma:
"Il sogno è un prodotto naturale, come una mela su un albero, come un animale, fatto dalla natura, non dall'uomo."
Forse la questione più interessante non riguarda ciò che la macchina intelligente sarà o non sarà capace di fare, ma ciò che chiamiamo sogno. Se il sogno è soltanto una successione narrativa di immagini, simboli e parole, una macchina può già imitarlo molto bene. Se invece intendiamo il sogno come espressione spontanea e misteriosa di una psiche vivente, attraversata da sensazioni, emozioni e sentimenti, incarnata in un corpo che soffre, attraversata da una storia individuale e collettiva, allora la questione diventa radicalmente diversa.
Oggi un'intelligenza artificiale può scrivere una poesia, creare un'immagine, comporre una musica e inventare in pochi secondi il racconto di un sogno che non è mai stato sognato. Può anche analizzare il sogno che le raccontiamo, riconoscerne simboli e ricorrenze e proporne possibili interpretazioni.
Questa domanda ci invita ad interrogarci sulla natura stessa del sogno.
Un sogno non è semplicemente una sequenza di immagini organizzate in una narrazione più o meno assurda, bizzarra e apparentemente irrazionale. Nasce da un corpo addormentato e ritirato, da una storia individuale, dalle emozioni, dai ricordi e soprattutto da quella dimensione autonoma e inconscia della psiche che Jung considerava una vera e propria espressione della natura che vive dentro di noi.
Un'intelligenza artificiale può dunque imitare la forma di un sogno. Può forse aiutarci a riflettere sul racconto che ne facciamo. Ma il sogno appartiene a chi lo ha sognato: è un evento psichico intimo, unico, autentico, irripetibile, nato dall'incontro tra coscienza e inconscio in un particolare momento dell'esistenza di quella persona e non ripeterà più. Forse ricorrerà nella sua forma o struttura ma sarà sicuramente diverso nel contenuto come diverso sarà il sognarore che l'ha sognato. Il sogno un evento intimo, libero e spontaneo, misterioso come la natura.
Marie-Louise von Franz, allieva e stretta collaboratrice di Carl Gustav Jung, nel saggio Il mondo dei sogni (Red, 2023) insiste molto su questa dimensione fondante del sogno come espressione della natura che vive in noi. Sentirsi vivi non è soltanto un fatto fisico, ma anche psichico: significa mantenere un contatto con il fluire della psiche inconscia, con quella natura interiore che continua a manifestarsi indipendentemente dalla volontà dell'Io:
"I sogni sono prodotti spontanei e imparziali della psiche inconscia [...] sono pura natura."
Il linguaggio simbolico nel mondo dei sogni
Se il sogno non è un prodotto dell'uomo non potrà certo essere il prodotto di un' A.I.
La matrice che crea i sogni in noi è stata definita la “guida spirituale interiore”.
Quasi tutti i popoli l’hanno sempre hiamata semplicemente “un dio”.
Il più importante dio degli Aztechi, per esempio, era il creatore dei sogni e guidava le persone attraverso i propri sogni. Un cristiano definirebbe questa matrice “l’immagine interiore di Cristo nell’animo umano”. Un buddista riconoscerebbe lo stesso centro. Un antico maestro Zen affermò che il Budda disse una volta che quando l’uomo è sulla retta via interiore ha dei bei sogni. Per i greci il dio che portava i sogni era Asclepio.
Da questo punto di vista non sarebbe nemmeno corretto affermare che la notte facciamo un sogno, in quanto il sogno è un fenomeno profondamente inconscio e noi ne ricostruiamo un un frammento approssimativo durante il risveglio.
In realtà siamo sognati ! È il dio a sognare in noi.
Ancora Jung ci ricorda:
"Nel sogno assumiamo le sembianze di quell'uomo più universale, più vero, più eterno [...] indistinguibile dalla natura e privo di ogni egoità."

Il sogno non è un messaggio da decifrare
Secondo Jung la vita si specchia nel sogno, e quest’ultimo è la via regia all’inconscio: i messaggi notturni, come i sassolini di Pollicino, se ben ascoltati, ci indicano una via.
Nulla da “smascherare” in verità, come voleva la concezione freudiana, in base alla quale i sogni sarebbero i nostri desideri non accettati e rimossi.
In molte culture tradizionali il sogno non è stato considerato un semplice prodotto casuale della mente, ma un luogo privilegiato di relazione con una dimensione più ampia dell'esistenza. Culture e tradizioni religiose differenti hanno attribuito nomi diversi alla matrice da cui sembrano emergere le immagini oniriche: divinità, spiriti, anima, dimensione interiore.
Anche senza assumere letteralmente queste rappresentazioni, esse testimoniano qualcosa di importante: l'essere umano ha riconosciuto nel sogno, per millenni, un'esperienza capace di metterlo in relazione con ciò che eccede la coscienza dell'Io.
La modernità tecnologica non ha fatto scomparire questa capacità simbolica. Forse abbiamo semplicemente imparato ad ascoltarla meno.
Piuttosto che decifrarlo come se fosse un rebus, può essere utile entrare in relazione con il sogno, ascoltarne le immagini, le emozioni, le associazioni e i simboli. Il suo linguaggio non possiede un dizionario universale: la stessa immagine può assumere significati profondamente differenti per persone diverse e persino per la stessa persona in momenti differenti della vita.
Il sogno si esprime dunque in un linguaggio pittoresco che non ha nulla a che vedere con la logica: nei sogni gli animali ci parlano e scopriamo di aver sempre saputo volare.
Nel sogno si entra in punta di piedi, si drizzano le antenne per stare meglio in ascolto…ci si deve immedesimare, un po’ come inoltrarsi in una foresta o in un bosco, o ascoltare una fiaba. C’è una soglia da varcare.
E ci vuole delicatezza, come di fronte a un’opera d’arte che ci tocca. I sogni sono vivi: al risveglio ci lasciano un certo sapore, che ci “lavora dentro”, se solo lasciamo che accada; così finiscono per insegnarci qualcosa di noi che ancora non sapevamo.
“Cosa mi dice la mia coscienza in questa fase della vita ?” Il sogno in genere parla in relazione ad essa. E siccome – immersa come sono nel mio fare quotidiano – non sento le molte voci che mi animano, viene in sogno “un’altra me” a portarmi un messaggio, a darmi un’indicazione che la coscienza non sapeva cogliere.
Ecco perché il sogno è il riflesso della naturale tendenza della psiche all’unità.
I sogni possono anche connetterci all’anima del mondo: quando ci parlano di miti per esempio, o come i famosi sogni dei personaggi della Bibbia.
La psiche ci parla per immagini, un po’ come quando siamo a teatro. Ed ecco che sul palco vediamo rappresentare parti di noi. Vediamo scene dai particolari in parte noti (magari risalenti al giorno prima), la trama può essere più o meno assurda; e ci porta insieme ad un messaggio da ascoltare, uno “spirito”, un’atmosfera, che aleggia sulla narrazione e che rimane al nostro risveglio.
Queste personificazioni che fanno la loro apparizione possono essere femminili o maschili (le nostre parti contro-sessuali, che contribuiscono a conferirci completezza), la nostra “maschera” (l’immagine che pensiamo gli altri abbiano di noi, quella legata al ruolo professionale, per esempio), la nostra “ombra” o “il doppio”: la nostra parte più selvatica e indomita, ovvero il gemello del nostro Io che gli si oppone e gli fa lo sgambetto, ciò che in noi è rimasto non sviluppato e primitivo, il debole, senza diritti, l’inetto, eppure potente, colui che può condurci alla perdizione o trasformare e far evolvere la nostra vita.
Perché la nostra ombra viene proprio a mettere in crisi l’Io e le sue certezze.
È anche per questo che chiedere a un'intelligenza artificiale «che cosa significa il mio sogno?» può produrre associazioni interessanti, ma non un'interpretazione definitiva. Un algoritmo può riconoscere ricorrenze simboliche e mettere in relazione immagini, miti e significati culturali; non può però sostituire la storia del sognatore e il processo attraverso il quale quel particolare simbolo acquista significato per lui.
“Fare coscienza” significa portare un po’ di luce su tutte le istanze che potenzialmente siamo, in modo da disvelare le illusioni e allargare lo spazio di libertà dell’Io.
Il sogno nell'epoca degli algoritmi
In un mondo nel quale gli algoritmi diventano sempre più capaci di anticipare i nostri desideri, suggerire ciò che potrebbe piacerci e produrre immagini sempre più verosimili, il sogno conserva una caratteristica sorprendente: continua a presentarci qualcosa che non avevamo chiesto.
L'algoritmo cerca di prevedere ciò che saremo. Il sogno, qualche volta, ci mostra ciò che ancora non sappiamo di essere.
Forse è anche a questo che serve mettersi in ascolto e in relazione con i propri sogni.
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
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Immagine di copertina: Henri Rousseau, Il sogno, 1910




