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Il sogno come porta dell’anima: una visione junghiana

Il sogno notturno è un fenomeno misterioso, indubbiamente via regia per l’inconscio, per l’analista qualcosa di più che l’appagamento di un desiderio, un fenomeno fisiologico orientato alla protezione del sonno, bensì una creazione in grado di offrirci un punto di vista prezioso per la comprensione dell’anima (psiché) oltre ad essere un mediatore salutare.


Il saggio Eraclito affermava:


“Nella notte, quando gli occhi sono spenti alla luce l’uomo ne accende una per sé”.

E Carl Gustav Jung ci ricorda che


"Il sogno è la piccola porta occulta che conduce alla parte più nascosta e intima dell’anima"

Nella visione della psicologia analitica junghiana chi sogna è “scena, attore, suggeritore, regista, autore, pubblico e critico insieme.”


Questa consapevolezza ermeneutica coglie nel sogno uno dei prodotti più creativi e spontanei dell’inconscio, “un messaggio enigmatico del lato notturno della nostra vita.”


Come sottolinea la Jacobi, accanto al sogno Jung considera altamente significativi anche le fantasie, i sogni ad occhi aperti e le visioni come manifestazioni dell’inconscio, in un  continuum fenomenico nel quale si può osservare un differente livello abaissement du niveau mental, dai comuni sogni ad occhi aperti e di desiderio, alle fantasie proiettive degli artisti o degli alchimisti sulla materia, dalle allucinazioni come espressioni delle varie forme della psicopatologia, fino alle visioni gravide di significato degli estatici:


“Il motivo per cui mi occupo di queste visioni è che esse ci forniscono un insight davvero meraviglioso sulle operazioni segrete dell’inconscio. Ci fanno vedere come l’inconscio elabori certi simboli.”


Per lo psicologo analista il materiale onirico è davvero prezioso. Non è difficile credere che, in fondo sogniamo anche di giorno, nonostante l’Io sia così occupato ad “inquadrare” solamente una piccola parte della psiche, e così non ce ne accorgiamo. Uno degli aspetti più preziosi del sogno, ciò che lo rende così unico e speciale, è che esso


“è un fenomeno naturale. Non è intenzionale. Non lo si può spiegare con una psicologia dedotta dalla coscienza. Ha un determinato tipo di funzionamento che non dipende dalla volontà, dai desideri, da intenzioni o mete dell’Io umano. È un evento non intenzionale, esattamente come lo sono tutti gli eventi della natura. Non possiamo supporre che il cielo si ricopra di nuvole proprio per farci dispetto: semplicemente succede. La difficoltà però sta nel comprendere quest’evento naturale.”


Siamo lontani dal punto di vista freudiano, che pure il primo Jung aveva abbracciato e condiviso così entusiasticamente, nel quale il sogno è affrontato a partire dal punto di vista della coscienza che riduce e vuole spiegare la scena onirica attraverso un’ermeneutica deduttiva e causalistica, che al termine del suo percorso, arriva ad interpretare ciò che ha anticipatamente presupposto.


Il sogno non è espressione di un compromesso tra natura e cultura, ma un fenomeno che nasce direttamente dal grande laboratorio creativo della natura.


Paul Verlaine, quando andava a dormire, metteva fuori dalla stanza un cartello con scritto:


“Per favore silenzio, il poeta è al lavoro.”

E il poeta inglese Coleridge, dichiara di aver scritto Kubla Kahn, una delle sue poesie più belle, in seguito a un sogno.


È evidente come qualsiasi significato venga attribuito all’evento onirico provenga da noi stessi, ma ciò non di meno possiamo esprimere una nostra posizione critica e vivere la scena onirica come un’esperienza viva e reale, come qualcosa di salutare che ha un senso in quanto fenomeno, al di la della nostra posizione su di esso.


Come suggerisce Jung riferendosi agli eventi del sogno: “La cosa migliore che possiamo fare è quella di lasciar agire le cose su di noi il più possibile senza preconcetti. ”


Questa considerazione lascia intendere come il sogno possegga, prima di tutto e al di là di ogni atteggiamento analitico e interpretativo, una sua funzione naturale e spontaneamente terapeutica nell’economia dell’anima, pur preservando una natura essenzialmente enigmatica. Lo stesso punto di vista sulla funzione enigmatica, ma allo stesso tempo altamente esperienziale del sogno, è espresso in bellissimo passo, da Fëdor Dostoevskij nel suo romanzo “L’idiota”:


“Sorridiamo dell’irrealtà dei sogni e nello stesso tempo sentiamo che nell’intreccio di tutte quelle assurdità si racchiude un pensiero particolare, assai reale, che ormai fa parte della nostra vita presente. Un pensiero che esiste, e che è sempre esistito, nel nostro cuore. Sembra che il sogno ci abbia trasmesso qualcosa di nuovo, di profetico, di atteso. L’impressione provata è forte, è gioiosa o tormentosa. Ma in che cosa consista di preciso, e che cosa ci abbia trasmesso, non si può ne capirlo, né ricordarlo. ”


acquerello, inchiostro di china e matita su carta di W. Kandinsky conservato al Museum of Modern Art (MoMA) di New York.
Wassily Kandinsky, Movimento di sogno (acquerello, inchiostro di china e matita su carta), Museum of Modern Art (MoMA) di New York, 1925

Non solo un rebus da decifrare, un enigma da sciogliere o una scena da scomporre come voleva Freud, ma un’esperienza da vivere nella sua radicale ambiguità e assurdità. Siamo pur sempre spettatori e pubblico del nostro sogno, per cui possiamo goderci lo spettacolo, oltre all’impegno e alla responsabilità di essere registi e critici allo stesso tempo di questa paradossale rappresentazione teatrale.


Il sogno ci pone di fronte all’enigma e al mistero che l’anima intera rappresenta,


“ci troviamo di fronte all’arduo compito di tradurre i processi naturali nel linguaggio psichico. A tal scopo ci serviamo di espressioni che possono aiutarci nel nostro imbarazzo, formuliamo ipotesi…ma resterà sempre il dubbio […]”


Compagno dell’anima e mistero senza confini, che non si può spiegare fino in fondo, a partire dalla più remota antichità il sogno ha ospitato messaggi importanti e che giungono direttamente dalla divinità, messaggi del Dio che si manifesta, che vuole ammonirci sul da farsi oppure consegnarci un messaggio in grado di portarci, direttamente nel corpo, la guarigione.


In tutte le tradizioni spirituali i sogni sono tenuti in grande considerazione perché, grazie alla porta che sono in grado di aprire sull’altro mondo, possono mettere in contatto l’uomo con il Dio. In questo senso, l’immagine biblica della scala raffigurata nel sogno di Giacobbe, che collega il cielo con la terra, la coscienza con l’inconscio, per mezzo della quale gli angeli messaggeri salgono e scendono, può essere un’immagine pregante di questa funzione mediatrice e rilegatrice  del sogno come compagno e guida, nella sua funzione di “porta del cielo”, scala ascensionale e discensionale che collega i due mondi rendendo possibile una sorta di mediazione “terapeutica”.


Entrare e uscire è già esperienza già terapeutica, prerogativa medianica e sciamanica, che permette di mettere in contatto, in modo salutare, tutti e quattro i regni.


E il contatto tra questi mondi non può essere diretto, ma solo mediato attraverso quel linguaggio che svela e ri-vela, dice e non dice, un linguaggio che Apollo vorrebbe chiarire, illuminare, portare a luce e verità, ma che Ermes al contrario cercherà di occultare, criptare e falsificare riportando ogni significazione razionale alla tenebra, perché il contatto diretto con il Dio è troppo accecante per l’umano; è solo mediante l’immagine archetipica, che l’uomo può fare l’esperienza del Dio, come mistero fascinans et tremendum: “Come è tremendo questo luogo!”.


Carl Meier si è occupato in modo approfondito dell’antica incubazione , dei fenomeni di guarigione spontanea e del modo di pensare degli antichi greci, per i quali il sogno non era un fatto immaginario, ma un evento reale:


“I sogni venivano sperimentati come eventi reali. L’uomo greco veniva «visitato» da un sogno, oppure diceva di aver «visto» un sogno. Non diceva mai «ho fatto un sogno»”


Il sogno ha funzione terapeutica che per sua intima natura è funzione religiosa (da religo, rilego e cioè metto in connessione, collego). Il sogno, per l’analista,  è espressione della naturale tendenza della psiche all’unità, prima di tutto tra l’inconscio e la coscienza.

In questo senso ad Epidauro e in molti altri santuari della Grecia, Asclepio in persona, durante il rituale di guarigione, appariva in sogno al suo devoto. “La malattia sarebbe inviata cioè dal Dio e dallo stesso guarita attraverso un sogno o una visione.”


Ecco profilarsi la prima grande funzione del fenomeno onirico, presente dalla più lontana antichità, quella del sogno come terapia.


“Pure oggigiorno, quindi, il malato può guarire grazie all’epifania della divinità, attraverso il cosiddetto «sogno terapeutico»”, come espressione della forza autocurativa della psiche. Ciò avveniva, così come continua ad avvenire continuamente “nei casi in cui si riusciva ad avere fiducia nel processo stesso, nel senso di attendere gli eventi, di ascoltarlo e di assecondarlo in tutta umiltà.”


Meier ci ricorda che Galeno fu a seguito di un sogno del padre che divenne medico e che sempre in sogno, grazie ad Asclepio guarì da una malattia mortale.


Fu in seguito alla sua esperienza che iniziò a considerare il “sogno terapeutico”, certo che i pazienti “debbono ascoltare l’ordine del Dio più di quello del medico.” Il sogno, da questo punto di vista, assolverebbe già di per se quella funzione naturale e terapeutica della psiche che il medico saggio non potrà che assecondare. Il sogno, nonostante possa contenere un significato suscettibile di analisi e interpretazione, è la terapia prescritta dal Dio e quindi dall’inconscio stesso.


Il sogno, e questo l’analista dovrebbe tenerlo sempre presente, ci mostra come l’inconscio sia orientato all’autoterapia, e che mediante la sue produzioni più intime è via sanatrix naturae.


Nel dare uno sguardo a questa prima importante funzione del sogno, ci accorgiamo come sia densa di conseguenze sia sul piano ermeneutico ma soprattutto terapeutico, che potremo comprendere meglio alla luce delle riflessioni che aprono la prima conferenza dei Seminari tenuti tra il 1928 e il 1930, nella quale Jung afferma che


“l’analisi dei sogni è il problema centrale del trattamento analitico, perché è il mezzo tecnico più importante per aprire una via d’accesso all’inconscio.”


Un’ulteriore puntualizzazione ci aiuta poi ad approfondire quale dovrebbe essere l’atteggiamento dell’analista nei confronto del sogno e del messaggio che esso reca:


“Il paziente, di solito, va dall’analista perché si trova in un vicolo cieco, in un cul de sac, da cui sembra non ci sia via d’uscita, e suppone che invece il medico la conosca. Se il medico è onesto, ammette di non conoscerla neanche lui […]. In analisi dobbiamo stare molto attenti a non presumere di saper tutto del paziente o di conoscere la via d’uscita delle sue difficoltà. Se il medico dice al paziente quale pensa potrebbe essere il suo problema, il paziente segue i suggerimenti del medico e non sperimenta sé stesso […]. È importante che il medico ammetta di non sapere; allora entrambi sono pronti ad accettare i fatti imparziali della natura […]. Le opinioni personali sono giudizi più o meno arbitrari e possono essere tutte sbagliate, non siamo mai sicuri di essere nel giusto. Dovremmo quindi rivolgerci ai dati forniti dai sogni. I sogni sono fatti oggettivi. Non rispondono alle nostre aspettative e non siamo noi ad inventarli; se si ha l’intenzione di sognare determinate cose, si scopre che è impossibile […]. I sogni sono indipendenti dalla nostra coscienza, in modo assai singolare, dalla nostra coscienza e sono estremamente preziosi, perché non possono barare.”


Quando il paziente si rivolge a Jung in cerca di una soluzione, lui scombussolandolo gli dice: “Non conosco la soluzione del suo problema, però ci sono i sogni, che sono fatti imparziali, che ci potrebbero fornire informazioni; vediamo quello che dicono.”


“Che cos’è dunque il sogno? Il sogno è un prodotto dell’attività psichica inconscia durante il sonno. In questo stato la psiche è ampiamente sottratta alla nostra volontà conscia. Con il minuscolo residuo di coscienza che ci è rimasto nello stato onirico, possiamo soltanto percepire ancora cosa accade; però non siamo in grado di dirigere il corso dei fenomeni psichici secondo i nostri desideri e le nostre intenzioni, e così siamo anche privati della possibilità di ingannarci. Il sogno è un processo involontario basato sulla attività autonoma dell’inconscio, ed è altrettanto sottratto alla nostra volontà quanto per esempio il processo fisiologico della digestione. Abbiamo quindi a che fare con un processo psichico assolutamente obbiettivo, dalla cui natura possiamo trarre conclusioni obiettive sull’effettivo stato di chi sogna.”


Ecco un altro tema fondamentale: i sogni non mentono, ma dicono la verità, sono per Jung realtà obiettive. La loro è una verità naturale che si presenta come una manifestazione della natura. La difficoltà è semmai comprendere questo evento, come avviene per qualsiasi fenomeno fisiologico o naturale, come il respiro, il battito del cuore, un movimento emotivo improvviso.


“L’idea di Freud è che il sogno sia razionale. Io affermo invece che è irrazionale, che succede e basta. Un sogno appare come può apparire un animale. Io sto seduto nel bosco e appare un cervo.”


Mentre il sogno per Freud è assoggettato ad una epistemologia della coscienza che vuole spiegare, per Jung il sogno si da così come è nella sua immediatezza naturale alla coscienza, la quale non può fare altro che osservarlo come evento che “appare” nella sua ingenua epifania. Questo suo apparire come fenomeno, talvolta imprevedibile, paradossale e irrazionale è in ultima analisi il cuore del suo significato:


“I sogni non sono invenzioni intenzionali e volontarie, ma fenomeni naturali che sono proprio ciò che rappresentano. Essi non ingannano, non mentono, non falsificano, non nascondono nulla ma enunciano ingenuamente ciò che essi sono e ciò che essi intendono. Sono irritanti e ci portano su strade sbagliate unicamente perché non li comprendiamo […]. Possiamo anche capire la ragione perché sono così strani e così difficili. L’esperienza, infatti, ci mostra che si sforzano di sempre di esprimere qualcosa che l’Io non sa e non capisce.”


Più che essere considerati come espressioni dell’attività pulsionale e desiderante che nell’ingresso nella coscienza sono obbligate a trasformarsi in qualcosa d’altro, sono invece portatori di un significato autentico ed essenziale e quindi di grande importanza per lo psicologo del profondo.


Essi sono preziosi perché dicono la verità e quindi sono fedeli, come delle piccole porte permettono alla coscienza di accedere a nuovi tesori e ricchezze, di aprire un varco verso le profondità illimitate della nostra anima:


“Il sogno è la piccola porta occulta che conduce alla parte più nascosta e intima dell’anima, aperta sulla originaria notte cosmica che era anima assai prima che esistesse una coscienza dell’Io, e che sopravviverà come anima a tutti i prodotti della coscienza dell’Io, giacché ogni coscienza dell’Io è isolata e conosce il singolo in quanto divide e separa e vede solo ciò che ha in rapporto con questo io. La coscienza dell’Io consta di pure limitazioni, anche quando si estende sino alle più lontane nebulose stellari. Ogni coscienza divide: ma col sogno noi penetriamo nell’uomo più profondo, universale, vero ed eterno, ancora immerso in quella oscurità della notte primitiva in cui Egli era il tutto e tutto era in Lui, nella natura primitiva di ogni differenziazione e di ogni essere io. Da una tale profondità, collegante il tutto, nasce il sogno, per quanto infantile, grottesco, anormale esso sia.”


In conclusione, Nella teoria di Carl Gustav Jung, il sogno non è un mero residuo della giornata né un enigma da decifrare in modo meccanico, ma un’autentica forma di dialogo con l’inconscio. Jung lo descrive come una “porta nascosta” che non solo conduce verso zone sconosciute della psiche, ma apre a una visione più integrata di sé che supera i confini ristretti dell’Io


I sogni parlano un linguaggio simbolico, non lineare, dove immagini, figure archetipiche e metafore non sono meri fantasmi notturni, ma messaggeri di significato che possono offrire nuove prospettive sulla nostra vita e sui conflitti interiori. Questo non significa fossilizzarsi nell’interpretazione freudiana di contenuti latenti o desideri repressi, ma accogliere il sogno come esperienza viva e autonoma che può alimentare il processo di individuazione e favorire una maggiore coerenza psichica nel quotidiano. 


“Nel sogno avvengono miracoli” diceva Charles Baudelaire.


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano


BIBLIOGRAFIA


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VON FRANZ MARIA-LOUISE, Il mondo dei sogni, RED, Como, 1990


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