Vergogna e fallimento nella società della performance
- Gianluca Minella
- 3 giorni fa
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"L’uomo ha bisogno di difficoltà; esse sono necessarie alla salute.", Carl Gustav Jung
Nell'antichità la vergogna si indicava con aidós, che significa pudore o anche modestia rispetto agli uomini ma anche verso gli dèi. Aidós è l'opposto di hybris che significa arroganza, tracontanza ossia oltrepassamento del limite scritto dagli dei per l'uomo.
Nell'antica grecia un'azione che va contro l'aidós va contro la legge naturale e divina, come un atto criminale nei confronti del vecchio indifeso, dell'orfano o dell'ospite.
Achille, che dopo aver ucciso Ettore trascina il suo corpo intorno alle mura di Troia, è un uomo senza aidós, senza vergogna perché ha superato il limite.
Vergogna e colpa: una distinzione fondamentale
Ci sono frasi che raramente vengono pronunciate ad alta voce, ma che abitano silenziosamente molte vite, che ripetiamo dentro di noi come dei mantra ipnotici. Una di queste è:
“Non ce la faccio.”
Non sempre significa stanchezza oppure incapacità. Spesso può significare vergogna.
Per approfondire il tema della stanchezza che pervade gli esseri umani nella società contemporanea di consiglio di leggere l'articolo da titolo: La grande stanchezza.
Viviamo in una cultura che ha sostituito il “devi” con il “puoi”. Non sei più obbligato: sei libero di riuscire. Ma proprio questa apparente libertà produce una nuova forma di pressione: se non riesci, è solo responsabilità tua.
Dal punto di vista psicologico è importante distinguere la vergogna dalla colpa:
La colpa riguarda un comportamento: ho fatto qualcosa di sbagliato.
La vergogna riguarda l’identità: sono io sbagliato.
Sa colpa apre al dialogo, la vergogna spinge solitamente al ritiro.

La società della performance e l’identificazione totale
In una società orientata al risultato, l’identità tende a coincidere con la funzione:
sono ciò che produco
valgo ciò che ottengo
esisto se performo
Quando questo schema si incrina — una crisi lavorativa, un fallimento, un errore, un rallentamento — non si incrina solo un progetto. Si incrina l’immagine di sé.
È qui che la vergogna si insinua.
“Se gli altri vedessero davvero, capirebbero che non sono all’altezza.”
Potresti approfondire leggendo l'articolo: La paura di deludere gli altri.
Il corpo della vergogna
La vergogna non è solo un sentimento, uno stato mentale. È un’esperienza corporea:
sguardo che si abbassa
tensione allo stomaco
desiderio di scomparire
chiusura del respiro
Molte forme di burnout sono accompagnate da una vergogna silenziosa: vergogna di non essere abbastanza forti, abbastanza capaci, abbastanza resilienti.
La persona non dice “sono stanco”. Dice: “Non dovrei essere così.”
Quando la vergogna diventa intollerabile, il ritiro diventa una strategia di protezione.
Si evita lo sguardo, il confronto, la scena sociale.
Il ritiro può assumere molte forme:
isolamento relazionale
disinvestimento emotivo
riduzione delle ambizioni
talvolta sparizione simbolica
Non sempre è fuga dalla vita, spesso è fuga dall’esposizione che la vita porta inevitabilmente con se.
Una lettura junghiana: Persona e vulnerabilità
Jung parla della Persona come maschera sociale necessaria.
Il problema nasce quando assistiamo ad una forte identificazione dell'IO con la persona, detto in altri termini quando la Persona coincide interamente con l’identità.
Se l’immagine pubblica è tutto ciò che sono, ogni crepa nella mia performance diventa una minaccia esistenziale.
La vergogna segnala allora una frattura tra ciò che mostro e ciò che sento di essere.
Ma in quella frattura può nascere qualcosa perché la vergogna, se attraversata, può diventare accesso alla vulnerabilità autentica. E la vulnerabilità è il luogo autentico della trasformazione.
Lo spazio terapeutico è uno dei pochi luoghi in cui la vergogna può essere nominata senza essere amplificata. Dire a se stessi e agli altri: “Mi vergogno di non farcela” è già un gesto di coraggio. Nel momento in cui la vergogna viene condivisa:
perde la sua forza isolante
si ridimensiona
si umanizza
Come di Carl Rogers: "Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare."
Trasformazione: dal valore alla presenza
E se il fallimento non fosse il contrario del successo, ma una delle vie attraverso cui diventiamo più consapevoli di noi stessi?
Forse il passaggio più delicato potrebbe essere questo: smettere di chiedersi quanto valgo
e iniziare a chiedersi chi sono quando non sto dimostrando nulla.
Se la società della performance insegna a migliorarsi, una raggiunta maturità psicologica potrebbe insegnaci a tollerare l’imperfezione.
Non sempre si tratta di diventare più forti, la vera sfida è quella di diventare più veri.
Forse l’autentico fallimento non consiste nello sbagliare, ma nel rinunciare a diventare ciò che potremmo essere per paura di non essere all’altezza.
"Hai sempre provato. Hai sempre fallito. Non importa. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.", Samuel Beckett
E la vergogna allora, attraversata e compresa, potrebbe diventare un'opportunità trasformativa, potrebbe venirci a salvare.
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
Questi temi trovano spazio nel mio lavoro clinico: Il mio approccio alla cura
Se ti interessa esplorare il rapporto tra burnout psicologico e ritiro sociale puoi leggere anche: Evaporare (jōhatsu): disagio, ritiro sociale e trasformazione
Immagine di copertina del post: illustrazione modificata e rielaborata digitalmente con lo scopo di accompagnare il contenuto dell'articolo

