Evaporare (jōhatsu): disagio, ritiro sociale e trasformazione
- Gianluca Minella

- 14 ore fa
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Evaporare per sopravvivere, un fenomeno degno di nota nella società giapponese, che tuttavia si sta diffondendo in tutto il mondo: decine di migliaia di persone di persone scompaiono volontariamente dalla propria vita, abbandonando lavoro, famiglia, identità e passato per ricominciare altrove.
In giapponese è jōhatsu, che significa letteralmente “evaporazione”.
Non si tratta di morti misteriose, rapimenti o sparizioni di origine criminale: sono scelte deliberate, spesso pianificate con molta cura, allontanamenti volontari legati a crisi personali o sociali.
Anche se le sparizioni volontarie esistono ovunque, in Giappone emergono con maggiore visibilità perché la cultura valorizza moltissimo la conformità e l’identità ha una connotazione fortemente relazionale: il fallimento può essere quindi vissuto come una perdita irreparabile di prestigio, immagine sociale o status. Il fallimento sociale può avere un peso simbolico enorme: perdita del lavoro, debiti, divorzi o fallimenti professionali.
La vergogna sociale può essere percepita come irreparabile, spingendo alcune persone a sparire piuttosto che affrontare il giudizio collettivo.
In Giappone è più facile "evaporare" in quanto il forte rispetto per la privacy unito ad un limitato intervento delle autorità in mancanza di reato, rendono possibile vivere in aree marginali, facendo lavori informali e senza essere controllati.
Stiamo parlando non tanto di una fuga dal dolore, ma della fuga dallo sguardo dell'altro.
Quando il lavoro diviene parte centrale dell'identità, se quest'ultima viene messa in discussione l'Io perde la sua struttura narrativa e la continuità biografica del soggetto si frammenta rischiando di perdere anche la sua continuità e coerenza sostanziale. Ecco allora la scelta di una vera e propria "reset identity".

Ogni anno in Giappone evaporano circa 100.000 persone e di questi sino 90.000 vengono ritrovati mentre glia atri spariscono lasciando tutto.
Sebbene non incentrati esclusivamente sul jōhatsu, anche alcuni romanzi di Haruki Murakami (come Kafka sulla spiaggia o L'uccello che girava le viti del mondo) spesso narrano di personaggi che si isolano o spariscono dalla società.
Diventare jōhatsu (evaporare) può essere visto come alternativa al suicidio, un gesto si radicale di morte ma orientato alla vita: smettere chi si era senza morire fisicamente ma rinascendo con un'altra identità. Un profondo desiderio iniziatico di morte e trasformazione.
Da un punto di vista psicologico il jōhatsu potrebbe essere interpretato come un tentativo estremo di dis-identificazione dall’Io sociale, dalla "Persona", dal ruolo, dalle aspettative sociali attraverso una sorta di morte simbolica che avverrebbe attraverso una regressione nel caos dell'indifferenziato nella quale tuttavia potrebbe rivelarsi una autentica ricerca (spesso incosapevole) del Sé.
Mentre nel ritiro che avviene in seguito a burnout siamo su un registro psichico, nello Jōhatsu assistiamo ad un ritiro dal mondo e nel mondo.
Evaporare significa sottrarsi alla società della prestazione, dell'immagine, degli impegni e dalla responsabilità sempre più schiacciante.: diventa una risposta alla pressione sociale non più sostenibile.
In Giappone questo fenomeno di sottrazione dal mondo trova tre diverse declinazioni:
Jōhatsu , sparire dal mondo sociale: interrompere la biografia: lasciare casa, lavoro, legami, nome, passato, e ricominciare nell’anonimato;
Hikikomori, sparire restando in casa: la sparizione è interna con ritiro prolungato dalla vita sociale, spesso con confinamento domestico e compromissione funzionale;
Karōshi / Karōjisatsu, sparire collassando nel corpo o nella vita attraverso una morte fisica legata al superlavoro, tipicamente cardiovascolare, in fondo un suicidio (karōjisatsu) correlato a overwork.
Quando l’identità è troppo fusa con ruolo, il dovere o lo "sguardo sociale", la psiche cerca vie di “uscita” (sparire, ritirarsi, collassare).
Questi fenomeni, che in Giappone hanno trovato una definizione più chiara, sono in crescita in tutto il mondo. Non esistono tuttavia dati globali affidabili sulle sparizioni volontarie permanenti perché spesso non sono denunciate, le persone cambiano identità o città e perché in molti paesi non è illegale sparire.
Gli studiosi parlano di fenomeno “hidden population”. Sparire volontariamente è più diffuso di quanto si pensi.
Il realtà il Giappone non è un’eccezione, è solo un amplificatore del fenomeno in quanto le persone vivono una pressione sociale fortissima a cui è associata una forte cultura della prestazione e quindi una forte vergogna per il fallimento.
Sparire, ritirarsi, collassare potrebbe voler dire morire simbolicamente. Non solo un tentativo di dis-identificazione dal ruolo sociale, dalla maschera o dalla persona, ma un tentativo di rinascita.
Byung-Chul Han descrive la nostra epoca come passaggio dalla società disciplinare (“devi”) alla società della prestazione (“puoi”). Questo cambiamento sembra liberatorio, ma produce un effetto paradossale: il soggetto diventa sfruttatore di se stesso. Non c’è più un oppressore esterno visibile ma l'oppressore diviene interno: "posso fare tutto, devo farlo meglio, devo realizzarmi, devo diventare la migliore versione di me stesso."
Tuttavia se questo ideale collassa non è il sistema a fallire ma l'Io stesso.
Evaporare diviene allora un tentativo estremo e vitale di uscire da questo gioco perverso.
Quando l'Io si identifica completamente con la Persona ossia con la maschera sociale (io sono il manager, l'insegnante, il medico ...Io sono colui che funziona a tutti i costi) qualsiasi crepa, caduta prestazionale o fallimento mette a repentaglio l'intera struttura psichica provocando perdita di coerenza nell'identità, vergogna, disintegrazione della narrazione esistenziale portando ad una profonda perdita di senso, di sé.
Non sparisco perché voglio annullarmi, ma perché "voglio sparire come quella persona", come quella maschera sociale che io porto agli altri nel mondo (immagine che nella mia narrazione identitaria ho costruito per stare nel mondo):
"Basta, non posso più essere quella maschera, non voglio più interpretare quel ruolo."
Nell'Ombra dell'individuo finiscono non solo istinti, parti oscure, aggressività ma anche talenti non espressi, potenzialità, parti che non possono esprimersi. Tuttavia uscire dal ruolo significa anche tradire le aspettative degli altri, le proprie appartenenze ... significa affrontare un terreno ignoto ossia la trasformazione.
Nella mitologia classica, il mito dell'eroe è caratterizzato da alcuni mitologemi fondamentali che possiamo riassumere più o meno in questo modo: l'eroe parte per il viaggio, affronta le prove, attraversa una crisi profonda, muore simbolicamente e ritorna trasformato.
“L’eroe lascia il mondo ordinario per entrare in una regione sconosciuta; incontra forze straordinarie, attraversa una prova decisiva e ritorna trasformato, portando con sé qualcosa di nuovo.”, Joseph Campbell
In questo travagliato itinerario spesso deve scendere agli inferi, soffrire e soprattutto fallire per potersi trasformare.
Joseph Campbell descrive il viaggio dell’eroe come un movimento che implica separazione, discesa e ritorno trasformato. Nella cultura contemporanea sembra però mancare lo spazio simbolico della discesa: non esiste più un ritiro legittimo. Quando questo passaggio viene negato, la psiche può produrre forme radicali di sottrazione — dal burnout all’evaporazione — come tentativi inconsci di attraversare quella “caverna” di cui parlava Campbell:
“La caverna che temi di attraversare custodisce il tesoro che cerchi.”, Joseph Campbell
L’eroe contemporaneo è diverso: deve funzionare sempre, deve migliorarsi continuamente, deve essere sempre efficiente, deve ottimizzarsi costantemente.
Non c’è più discesa agli inferi. Non c’è più spazio per la fragilità. Il fallimento non è contemplato.
Ecco perché non possiamo parlare del mito dell'eroe, ma di una sua perversione o falsificazione. Molti fenomeni contemporanei possono essere letti come: un rifiuto dell'archetipo dell’eroe performativo o di un suo estremo tentativo di attualizzarsi.
Gli evaporati non competono più, vogliono uscire dal gioco, non combattono, si sottraggono alla prova, scompaiono. Siccome sono imprigionati nella cultura performativa dello spirito di questo tempo sono prigionieri nella convinzione “Se lavori abbastanza su te stesso, puoi tutto.”, "Puoi farcela da te", "Sei l'unico che può controllare il proprio destino".
Se l’eroe performativo (il guerriero) è dominante, potrebbe emergere come compensazione il suo antidoto: il viandante (l'eremita), colui che si ritira, che rallenta, che si mette in ascolto, che attraversa gli spazi senza conquistarli, che esplora il mondo senza più obbiettivi ma solo per il gusto e il piacere ci conoscere, di vivere, di assaporare l'esistenza.
Nelle forme di ritiro di cui abbiamo parlato come Burnout, Hikikomori e Jōhatsu potremmo allora vedere non solo un ritiro patologico, bensì una possibile risposta archetipica nella quale il ritiro divine la ricerca di uno spazio trasformativo nel quale poter rallentare e iniziare a viaggiare in un altro modo, "viandando" senza essere più mossi da uno scopo eroico alla ricerca di un obbiettivo, ma volti invece unicamente alla ricerca di se stessi.
Il viandante cammina, attraversa, osserva, non possiede e non conquista territori. Il suo movimento non è verticale bensì orizzontale.
Se l’eroe è legato al mito della vittoria, il viandante è legato al mito della ricerca: è l'uomo della strada de Il lupo della steppa di Hermann Hesse, è il pellegrino medioevale o il “Wanderer”di Nietzsche. Non cerca la vittoria o il successo ma il senso.
È colui che vagabonda, che si smarrisce perdendo il senso per poi ritrovarlo.
È l'uomo in cammino di cui parla Martin Buber ne Il cammino dell'uomo, è l'uomo che cerca il senso della vita.
Nella tradizione Zen c’è una famosa serie di dieci illustrazioni molto antiche note come “le
icone del bufalo” che rappresentano le tappe di un itinerario di ricerca spirituale. Non se ne
conoscono precisamente le origini, ma si possono osservare camminando intorno ad alcuni
templi in Cina, in Giappone o in Corea.
Esse narrano la storia di un uomo semplice e sincero alla ricerca di un animale e più
precisamente di un bue, di un toro, di un bufalo, attraverso un sentiero lungo, tortuoso e misterioso che inizia da un grande smarrimento che introduce una fase di vagabondaggio e di perdita di ogni orientamento.
Cosa rappresenta il Bue ? Il Bue è un animale molto importante nella tradizione buddista: è simbolo di saggezza, di illuminazione, delle profonde verità del cuore inteso come centro dell’essere umano. Non è qualcosa di astratto ma un essere vivente.
È il simbolo stesso del Buddha che prima di raggiungere l'illuminazione, da giovane principe lascia il palazzo con le sue convenzioni per andare alla ricerca della verità, viaggio che lo condurrà all'illuminazione.
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
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Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico: Il mio approccio alla cura
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