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Quando il successo può diventare una trappola. Burnout professionale e manageriale.

Aggiornamento: 1 feb

Quando la fatica non si placa più con il riposo, e "la testa continua a correre" pensando sempre al lavoro anche nel silenzio della notte, non è più solo stanchezza: qualcosa in noi chiede di essere ascoltato.


Il burnout non arriva all’improvviso, si costruisce nel tempo. Raramente è il risultato di un singolo evento critico o traumatico. Piuttosto, si insinua lentamente nella vita di manager, professionisti, insegnanti, atleti, persone in posizione di leadership e responsabilità che hanno imparato a funzionare sempre, in ogni modo e ad ogni costo, con l'inevitabile risultato di trascurare se stessi.


All’esterno tutto sembra procedere: responsabilità, risultati positivi e riconoscimento.


All'interno qualcosa non va: energia, entusiasmo, creatività, motivazione, senso.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il burnout è una sindrome derivante da stress cronico sul posto di lavoro non gestito con successo, caratterizzata da esaurimento, distacco mentale e ridotta efficacia professionale

L’OMS precisa che il burnout è classificato come un “fenomeno occupazionale” e non come una condizione medica o un disturbo mentale. Christina Maslach ha sviluppato agli inizi degli anni '80 il Maslach Burnout Inventory che rimane tutt’oggi lo standard di riferimento nella ricerca e nella pratica clinico-organizzativa.


Questo significa che il burnout:


  • non è una malattia psichiatrica in senso stretto

  • non riguarda la personalità dell’individuo

  • è strettamente legato al contesto lavorativo


L’OMS descrive tre dimensioni principali:


  1. sensazione di esaurimento o di mancanza di energia

  2. crescente distacco mentale dal proprio lavoro, oppure sentimenti di negativismo o cinismo ad esso correlati

  3. ridotta efficacia professionale


Visto più in profondità è una crisi più sottile, che riguarda il senso, l’identità e il rapporto tra ciò che si fa e ciò che si è. Colpisce spesso persone competenti e motivate, per le quali tuttavia il successo diventa lentamente una vera e propria una trappola.


Quando il lavoro assorbe tutta l’energia e diventa l’unico luogo di riconoscimento e identificazione, la psiche può reagire difensivamente imponendo uno stop.


In una prospettiva psicologica junghiana, il burnout può essere visto non soltanto l’esito di uno stress prolungato, ma come il segnale di una identificazione unilaterale dell’Io con la propria occupazione, con il fare. Quando l'individuo arriva ad identificarsi quasi interamente con il ruolo, con la funzione professionale che ricopre, altre dimensioni della psiche vengono progressivamente trascurate, escluse, sacrificate.


Questo tipo di disagio e di sofferenza può manifestarsi là dove la coscienza ha perso il contatto con il Sé, cioè con il centro più profondo e regolativo della psiche. In questo senso, il burnout può rappresentare una reazione compensatoria dell’inconscio (enantiodromia): un arresto forzato o un rovesciamento che interrompe in un adattamento divenuto eccessivo e non più sostenibile.


La stanchezza profonda ossia l'esaurimento delle energie se ascoltata può diventare tuttavia un'occasione di cambiamento, di trasformazione, aprendo la possibilità di ripensare il proprio rapporto con il lavoro, il tempo e il senso della propria esistenza.


Il paradosso del successo


Molte persone in posizione di responsabilità faticano a riconoscere il burnout perché lo associano a fragilità, debolezza, incompetenza o mancanza di resilienza. In realtà accade spesso il contrario: il burnout colpisce proprio chi è stato capace di reggere a lungo carichi elevati, adattandosi ad oltranza senza fermarsi mai davvero, confrontandosi continuamente con l'efficacia, la performance, il risultato.


Il successo può diventare allora una trappola. Più si è competenti e affidabili, più le richieste aumentano. Più si risponde alle aspettative degli altri, meno spazio resta per ascoltare se stessi e riconoscere i propri limiti.


Il burnout segnala quindi un eccesso di identificazione con il fare, con la prestazione oppure con l’immagine di sé costruita nel tempo. Quando il lavoro diventa l’unico luogo di riconoscimento, quando il valore personale coincide con la performance, la psiche può reagire con forza e anche drammaticamente.


Burnout e adattamento


Dal punto di vista psicologico, il burnout è l’esito di un adattamento prolungato a un contesto stressante, spesso privo di reali spazi di recupero delle proprie energie vitali, di libertà, piacere e divertimento.


Non riguarda solo la quantità di lavoro, ma il modo in cui una persona è costretta a funzionare nel tempo:


  • ipercontrollo

  • iper-responsabilità

  • continue pressioni decisionali

  • riduzione progressiva degli spazi personali

  • continuo confronto con gli obbiettivi

  • richieste pressante di portare risultati

  • relazioni interpersonali conflittuali

  • prolungata esposizione sociale


Il problema non è “fare troppo”, ma non potersi fermare.


I segnali silenziosi del burnout


Il burnout raramente si manifesta subito con un crollo evidente. Più spesso compaiono segnali sottili, sintomi all'inizio vaghi perché subito normalizzati dall'atteggiamento prestazionale:


  • stanchezza e fatica persistente che il riposo non risolve

  • irritabilità, nervosismo

  • difficoltà di concentrazione e memoria

  • perdita di entusiasmo, creatività e motivazione

  • distacco emotivo dal lavoro e dalle relazioni

  • sensazione di vuoto o di inutilità

  • pessimismo e cinismo crescente


A questo stadio si continua a funzionare, ma in modo sempre più automatico.


Immagine metaforica di un uomo che porta la luna come valigetta
Jean-Michel FOLON, Acquarello, Fondazione Folon

Quando il problema non è il carico, ma il senso


Un elemento centrale del burnout è la perdita di significato. Non è raro sentire frasi come: “So cosa devo fare, ma non so più perché lo faccio”.


Quando il lavoro diventa esclusivamente prestazione, obiettivo, risultato e perde il legame con i valori che dovrebbero orientare l'esistenza, la fatica diventa più pesante da sostenere.


In questi casi, il burnout può essere letto come una crisi di senso, prima ancora che come un disturbo legato allo stress.


E un aspetto spesso sottovalutato, è la solitudine del ruolo. Chi guida, prende decisioni che spesso hanno conseguenze anche sugli altri, ma ha sempre meno spazi in cui esprimere dubbi, fragilità, incertezze e col tempo, questa solitudine, può trasformarsi in isolamento.


Si continua a essere presenti per tutti, ma sempre meno presenti a se stessi.


Ecco perché un aspetto importantissimo è la dimensione relazionale. La sindrome non produce solo esaurimento, ma tende a chiudere progressivamente l'individuo in una solitudine sterile, in una sorta di isolamento. E in questa spirale diventa sempre più difficile mostrare vulnerabilità, chiedere aiuto.


La relazione rappresenta uno dei principali fattori protettivi, come spazio in cui l'individuo può esistere anche al di là della funzione che ricopre.


Dalla resistenza alla consapevolezza


La tentazione è quella di affrontare il burnout aumentando ulteriormente il controllo: più organizzazione, più strategie, più efficienza. Ma questa risposta rischia in realtà di rafforzare il problema attivando un pericoloso circolo vizioso.


Un passaggio fondamentale è spostarsi dalla resistenza alla consapevolezza:


  • riconoscere i segnali

  • accettare i limiti

  • interrogarsi su valori e priorità

  • recuperare uno spazio di ascolto interiore


Non si tratta di rinunciare alla leadership, ma di ridefinirla a partire da un equilibrio più sostenibile.


In questo senso, il burnout non è soltanto una patologia da correggere, ma un messaggio da ascoltare. Una crisi che interroga il rapporto tra successo, identità, vita interiore, senso della vita.


Comprenderlo significa andare oltre la logica della riparazione rapida e aprire uno spazio di riflessione su ciò che, nella propria esperienza professionale, chiede di essere ripensato.


In questo senso, anche alcune opere letterarie contemporanee colgono il disagio legato al lavoro. Nel romanzo Un lavoro semplice di Kikuko Tsumura (2016), la scelta della protagonista di svolgere attività marginali e prive di carriera può essere letta come un gesto di sottrazione alla logica della prestazione, una forma silenziosa di resistenza alla stanchezza che nasce dall’identificazione totale con il fare.


Un romanzo apparentemente minimale, ma profondamente politico e psicologico. La protagonista è una giovane donna (che rimarrà senza nome) che accetta lavori ripetitivi, semplici, apparentemente marginali (tutti i lavori sono importanti), volutamente privi di ambizione o carriera, senza eroismo, né successo, né crescita verticale. E proprio per questo il romanzo di Kikuko Tsumura assume la postura di una critica radicale e silenziosa alla cultura della prestazione nel rifiuto dell’iperattività e dell’auto-sfruttamento, nella sottrazione alla produttività tossica.


La protagonista non “guarisce” nel senso "occidentale" del termine, ma si sottrae più nel modo di essere "orientale". Non cerca di realizzarsi attraverso il lavoro, ma di non essere consumata da esso.


In questo senso, Un lavoro semplice, mostra una possibile risposta al burnout non tanto come soluzione, ma come gesto psichico: ridurre, semplificare, abbassare l'nterferenza del rumore quotidiano.

"Non ho intenzione di farmi coinvolgere più di quanto sia strettamente necessario. Ho smesso con certe cose."

Ogni volta, però, si ripropone lo stesso scenario, con il mondo aziendale che comincia a cambiare intorno alla protagonista senza che lei e i suoi colleghi possano fare nulla. Tutto intorno gira e cambia inesorabilmente travolgendola.


L’aspirazione iniziale, "qualcosa di semplice", facile, prevedibile, viene sempre inevitabilmente delusa. È la trappola, il circolo vizioso che si rimette in moto ogni volta che conduce il copione a ripetersi, ogni volta sempre peggio, ogni volta con paghe più basse, vicende più astruse e una tristezza sempre più pesante nel cuore.


Prevenire prima che sia troppo tardi


Il burnout non è inevitabile. Può essere prevenuto se si crea uno spazio, personale o accompagnato, in cui fermarsi a riflettere sul proprio modo di stare nel lavoro e nella vita.


Accanto al lavoro di comprensione del significato del burnout che può avvenire in uno spazio accompagnato di sostegno psicologico, alcune pratiche possono svolgere una funzione protettiva e regolativa. Attività come lo Yoga, il Thai Chi, il Qi Gong, la Mindfulness oppure semplicemente il camminare possibilmente nella natura, non rappresentano soluzioni tecniche al problema, ma esperienze che favoriscono una riconnessione con il corpo, con l’ambiente e soprattuto con il momento presente. In un contesto in cui il burnout tende a isolare e a chiudere la persona in una prestazione solitaria, queste pratiche introducono una dimensione relazionale: con sé stessi, con il proprio sentire e con ciò che è altro da sé. Non per “funzionare meglio”, ma per tornare a "sentire", cambiando radicalmente il rapporto con il tempo e con l'esperienza quotidiana.


Prendersi cura di sé non è un lusso né una debolezza: è una responsabilità, verso se stessi, verso l'organizzazione per cui si lavora e le persone che si guidano.


La vera leadership non consiste nel resistere a tutto, ma nel riconoscere, quando è il momento, di cambiare assetto. Non per fare meno, ma per vivere e lavorare in modo più consapevole.


Cambiare non solo per recuperare energie, ma per ricostruire legami: con il corpo, con gli altri, con il mondo.


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano



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Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico, un invito a leggere: meditazione e mindfulness


Se ti interessa esplorare il rapporto psicoterapia e individuazione puoi leggere: La grande stanchezza


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