Burnout professionale e manageriale. Il successo può diventare una trappola
- Gianluca Minella

- 6 giorni fa
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Aggiornamento: 5 giorni fa
Il burnout non arriva all’improvviso, è un disagio che si costruisce nel tempo. Raramente è il risultato di un singolo evento critico. Piuttosto, si insinua lentamente nella vita di manager, professionisti, persone in posizione di leadership che, nel tempo, hanno imparato a funzionare sempre e ad ogni costo, anche a costo di trascurare se stessi.
All’esterno tutto sembra procedere: responsabilità, risultati, riconoscimento.
All’interno, però, qualcosa inizia a consumarsi: energia, motivazione, senso.
Il paradosso del successo
Molte persone in posizione di responsabilità faticano a riconoscere il burnout perché lo associano a fragilità, debolezza, incompetenza o mancanza di resilienza. In realtà accade spesso il contrario: il burnout colpisce chi è stato capace di reggere a lungo carichi elevati, adattandosi senza fermarsi mai davvero. Manager, professionisti molto impegnati, atleti che si confrontano continuamente con la performance.
Il successo diventa allora una trappola silenziosa. Più si è competenti e affidabili, più le richieste aumentano. Più si risponde alle aspettative, meno spazio resta per ascoltare se stessi e riconoscere i propri limiti.
Burnout non significa “non farcela”
Dal punto di vista psicologico, il burnout professionale non è una fragilità personale, ma l’esito di un adattamento prolungato a un contesto stressante, spesso privo di reali spazi di recupero dei propri spazi e delle proprie energie vitali
Non riguarda solo la quantità di lavoro, ma il modo in cui una persona è costretta a funzionare nel tempo:
ipercontrollo
iper-responsabilità
continua pressione decisionale
riduzione progressiva degli spazi personali
continuo confronto con gli obbiettivi
richiesta di portare risultati
Il problema non è “fare troppo”, ma non potersi più fermare quando è necessario.
I segnali silenziosi del burnout professionale
Il burnout raramente si manifesta subito con un crollo evidente. Più spesso compaiono segnali sottili, facilmente normalizzati:
stanchezza e fatica persistente che il riposo non risolve
irritabilità, nervosismo
difficoltà di concentrazione e memoria
perdita di creatività e motivazione
distacco emotivo dal lavoro e dalle relazioni
sensazione di vuoto o di inutilità
pessimismo e cinismo crescente
Molti continuano a funzionare, ma lo fanno in modo sempre più automatico.

Quando il problema non è il carico, ma il senso
Un elemento centrale del burnout manageriale è la perdita di significato.
Non è raro sentire frasi come: “So cosa devo fare, ma non so più perché lo faccio”.
Quando il lavoro diventa esclusivamente prestazione, obiettivo, risultato, e perde il legame con i valori personali, la fatica diventa più pesante da sostenere. Non è solo il corpo a stancarsi, ma la motivazione profonda.
In questi casi, il burnout può essere letto come una crisi di senso, prima ancora che come un disturbo legato allo stress.
PEr esempio, un aspetto spesso sottovalutato, è la solitudine del ruolo. Chi guida prende decisioni che hanno conseguenze sugli altri, ma ha sempre meno spazi in cui esprimere dubbi, fragilità, incertezze. Col tempo, questa solitudine può trasformarsi in isolamento emotivo.
Si continua a essere presenti per tutti, ma sempre meno presenti a se stessi.
Dalla resistenza alla consapevolezza
Molti tentano di affrontare il burnout aumentando ulteriormente il controllo: più organizzazione, più strategie, più efficienza. Ma questa risposta rischia di rafforzare il problema.
Un passaggio fondamentale è spostarsi dalla resistenza alla consapevolezza:
riconoscere i segnali
accettare i limiti
interrogarsi su valori e priorità
recuperare uno spazio di ascolto interiore
Non si tratta di rinunciare alla leadership, ma di ridefinirla a partire da un equilibrio più sostenibile.
Prevenire prima che sia troppo tardi
Il burnout non è inevitabile. Può essere prevenuto se si crea uno spazio — personale o accompagnato — in cui fermarsi a riflettere sul proprio modo di stare nel lavoro e nella vita.
Prendersi cura di sé non è un lusso né una debolezza: è una responsabilità, verso se stessi e verso le persone che si guidano.
La vera leadership oggi non consiste nel resistere a tutto, ma nel riconoscere quando è il momento di cambiare assetto. Non per fare meno, ma per vivere e lavorare in modo più consapevole.
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
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Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico, in particolare potresti approfondire: meditazione e mindfulness
Se ti interessa esplorare il rapporto psicoterapia e individuazione puoi leggere: Sindrome da Burnout: riflessioni e attualità
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