top of page

Quando il sintomo parla: il linguaggio simbolico della sofferenza psichica

Aggiornamento: 5 giorni fa

Spesso il sintomo viene vissuto come un nemico da combattere, un errore da correggere, qualcosa che intralcia il buon funzionamento della vita quotidiana. Ansia, insonnia, attacchi di panico, pensieri ossessivi, blocchi emotivi o problemi somatici vengono sovente interpretati come malfunzionamenti da eliminare il più rapidamente possibile.


E se invece il sintomo fosse una forma di linguaggio?


E se rappresentasse un tentativo, talvolta doloroso, talvolta estremo, della psiche di dire qualcosa che non ha ancora trovato parole?


Il sintomo come espressione, non solo come disturbo


Ogni sintomo psicologico emerge all’interno di una storia, di una biografia, di un contesto relazionale ed emotivo. Non compare mai nel vuoto. È sempre legato a un vissuto, a un conflitto, a una tensione che non è riuscita a essere pensata, elaborata o simbolizzata.


Quando non riesce ad essere pensata la sofferenza trova altre vie di espressione:

il corpo, l’angoscia, il comportamento, l’umore.


In questo senso il sintomo non è solo ciò che “non va”, ma ciò che tenta di farsi ascoltare.


Date parole al dolore: il dolore che non parla bisbiglia al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi, Shakespeare

Oltre la logica dell’eliminazione


La cultura contemporanea tende a privilegiare una logica prestazionale: bisogna funzionare, essere efficienti, adattarsi rapidamente. Anche il disagio psicologico viene spesso affrontato secondo questa prospettiva: ridurre il sintomo, silenziarlo, rimuoverlo perché intralcia il funzionamento quotidiano.


Questo approccio può essere utile in alcuni momenti, soprattutto quando la sofferenza è acuta. Ma se resta l’unica modalità di intervento, si rischia di perdere una dimensione fondamentale: il significato.


Eliminare un sintomo senza comprenderlo è come spegnere un allarme senza chiedersi cosa lo abbia fatto scattare.


Il valore simbolico della sofferenza


In una prospettiva psicodinamica il sintomo può essere considerato una formazione di compromesso: un tentativo della psiche di mantenere un equilibrio possibile, anche se doloroso.


Per Carl Gustav Jung, i sintomi, come i sogni, parlano il linguaggio del simbolo. Non vanno letti in modo letterale, ma ascoltati come immagini che rinviano a qualcosa di più profondo: un conflitto irrisolto, una perdita non elaborata, un’identità che chiede di essere ripensata.


In questa prospettiva, la sofferenza non è mai priva di senso, anche quando appare incomprensibile o eccessiva.


Quando il corpo prende la parola


Molti sintomi si manifestano anche attraverso il corpo: tensioni, dolori, affaticamento, difficoltà di concentrazione, stanchezza fisica, disturbi psicosomatici. Il corpo diventa allora il luogo in cui ciò che non è stato ascoltato a livello psichico trova una forma di espressione.


il quadro di Van gogh mostra il Paul Gachet, un medico omeopata e appassionato d'arte che si prese cura di Van Gogh durante il suo soggiorno ad Auvers-sur-Oise
Vincent van Gogh, Ritratto del dottor Gachet, 1890. Il soggetto è Paul Gachet, un medico omeopata e appassionato d'arte che si prese cura di Van Gogh durante il suo soggiorno ad Auvers-sur-Oise. 

Corpo e psiche sono profondamente intrecciati. Il corpo di solito non mente: racconta, spesso in modo diretto e crudo, ciò che la mente fatica a riconoscere, elaborare, simbolizzare.


Ascoltare il sintomo in psicoterapia


In un percorso psicologico, il sintomo non viene trattato come un nemico, ma come un interlocutore. Ascoltarlo non significa giustificarlo o subirlo, ma creare uno spazio in cui possa essere letto e compreso.


Dare parola al sintomo permette, gradualmente, di:


  • riconnettere la sofferenza alla propria storia

  • individuare i nodi emotivi irrisolti

  • trasformare l’angoscia in esperienza pensabile

  • ascoltare le emozioni


In questo processo, il sintomo può modificarsi, attenuarsi o persino dissolversi, non perché forzato, ma perché ha svolto la sua funzione comunicativa di messaggero.


Il sintomo come soglia


Talvolta il sintomo segna una soglia: un punto di arresto che interrompe automatismi, adattamenti eccessivi, ruoli rigidi. È il momento in cui qualcosa non può più andare avanti “come prima”.


Se ascoltato, questo arresto può diventare l’inizio di un cambiamento più profondo: un nuovo rapporto con se stessi, con il tempo, con i propri desideri, i propri limiti.


Il sintomo, allora, smette di essere solo una sofferenza da eliminare e diventa una domanda:

che cosa, nella mia vita, chiede di essere guardato?


Già agli albori della psicoanalisi, il celebre caso di Anna O. (pseudonimo di Bertha Pappenheim) mostrava come il sintomo potesse essere inteso come una forma di linguaggio. I disturbi corporei e psichici di una delle prime pazienti di Freud non erano casuali, ma legati a esperienze emotive che non avevano trovato parole. Quando il racconto diventava possibile, il sintomo perdeva la sua necessità. Non perché forzato a tacere, ma perché finalmente ascoltato.


Anna O. presentava sintomi isterici complessi: paralisi, disturbi visivi, difficoltà nel linguaggio, allucinazioni. Ciò che rese questo caso rivoluzionario fu la scoperta che i sintomi si attenuavano quando la paziente riusciva a raccontare, con parole ed emozione, le esperienze traumatiche a essi collegate.


"I sintomi isterici scompaiono quando si riesce a riportare alla coscienza, con sufficiente intensità affettiva, il ricordo dell’evento che li ha prodotti", Sigmund Freud, Studi sull’isteria (1895)

Conclusione


La sofferenza psichica non è sempre un'esperienza da eliminare ! A volte può essere il modo in cui la nostra anima ci chiede attenzione e alcune volte è addirittura la cura.


Il sintomo è il modo in cui l’anima si prende cura di sé quando non viene ascoltata

è un concetto centrale nella  Psicologia Archetipica di James Hillman, che vede il sintomo non come un problema da eliminare, ma come un messaggio dell'anima (o del daimon) che vuole riportarci a noi stessi, alla nostra vera essenza.


E su questo punto Jung utilizza parole che ci scuotono:


“La nevrosi è un tentativo, talvolta pagato a caro prezzo, di sfuggire alla voce interiore e quindi alla  propria vocazione […]. Dietro la perversione nevrotica si cela la vocazione dell’individuo, il suo destino, che è crescita della personalità, piena restaurazione della volontà di vivere, che è nata con l’individuo. Nevrotico è l’uomo che ha perso l’amor fati; colui, invero, che ha fallito la sua vocazione […] ha mancato di realizzare il significato della sua vita”


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano



Leggi di più:


Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico: Il mio approccio alla cura


Se ti interessa esplorare il rapporto tra inconscio e trasformazione, puoi leggere anche Il sogno come porta dell'anima

bottom of page