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La morte è di vitale importanza. Rileggere Elisabeth Kübler-Ross

Aggiornamento: 15 apr

La morte è di vitale importanza di Elisabeth Kübler-Ross (July 8, 1926 – August 24, 2004) è un libro che invita a guardare la morte non solo come fine, ma come rivelazione del valore della vita. In questa recensione esploro il contributo dell’autrice alla psicologia del lutto e il significato esistenziale della sua opera.



Elisabeth Kübler-Ross, ha avuto un ruolo decisivo nel cambiare lo sguardo occidentale sulla morte, contribuendo a renderla meno indicibile.


Philippe Ariès, storico francese contemporaneo, rileva come nel primo medioevo la morte fosse un evento familiare, preferibilmente sempre annunciato e “nel proprio letto”, che vedeva il morente come il protagonista di una cerimonia pubblica avente lo scopo di addomesticare la paura della morte. Il trapasso si svolgeva senza isterismi e con una serie di gesti rituali, dei quali l'unico atto ecclesiastico era l'assoluzione finale. Il moribondo poi si girava "verso il muro" (o comunque rivolgeva le spalle agli astanti) e viveva da solo il trapasso.


Il lavoro sul fine vita e sul lutto della Kübler-Ross ha inciso profondamente nella cultura contemporanea, ben oltre l’ambito clinico, anche perché ricolloca la morte dandole il suo spazio naturale, sottraendola alla rimozione contemporanea.


Il punto più vivo del suo insegnamento infatti non è soltanto la nota teoria delle fasi del lutto. Il suo sta nell’aver dato parola a un territorio umano che per molto tempo era stato lasciato nel silenzio, donandoci un’eredità dal valore innegabile e sempre attuale. 


Medico e Psichiatra svizzera naturalizzata statunitense, Elisabeth Kübler-Ross nel corso della sua vita ha ricevuto moltissime onorificenze e riconoscimenti per il suo inestimabile lavoro.


Era dotata di una sensibilità immensa, e il modo in cui infondeva sollievo e speranza a chi se ne andava e a chi rimaneva ha fatto la storia.


È stata persino soprannominata la “madre della morte”, ma in realtà è stata la “madre della vita”, in quanto ci ha insegnato che la morte fa parte dell’esistenza umana e ci ha esortato a vivere a pieno l’esperienza umana perché chi ha vissuto con pienezza così come non ha avuto paura di vivere non avrà paura di morire.


"Vivere pienamente infatti significa non avere questioni in sospeso."

La morte maestra della vita per Elisabeth Kübler-Ross


Chi si avvicina al limite vede spesso con chiarezza ciò che nella quotidianità sfugge: il peso delle cose non dette, l’inutilità delle maschere, la differenza tra ciò che ci appartiene davvero e ciò che abbiamo vissuto per compiacere gli altri. In questo senso, Elisabeth Kübler-Ross non è “la madre della morte”, come talvolta è stata definita, ma quasi una pedagoga dell’essenziale. Ci ricorda che la morte non è l’opposto della vita: ne è il confine, e proprio per questo ne rivela il valore. 


Qui il suo pensiero incontra anche una sensibilità più propriamente analitica. Il confronto con la fine smaschera il falso Sé, le identificazioni sterili, l’adattamento eccessivo.


Ci obbliga a domandarci: sto vivendo davvero la mia vita, oppure sto interpretando un ruolo?


Il nucleo più profondo del libro, a mio avviso, è questo:

la coscienza della morte può restituire intensità alla vita.

Lutto, dolore e verità dell’esperienza umana


Uno degli aspetti più toccanti del libro è la qualità della presenza con cui Kübler-Ross si accosta ai morenti. Non c’è sentimentalismo, non c’è retorica consolatoria. C’è piuttosto un ascolto radicale, capace di restare accanto all’angoscia senza volerla subito correggere.


Ed è forse proprio questo che il libro continua a insegnare: davanti alla morte, e spesso anche davanti al lutto, non serve anzitutto una spiegazione.


Serve una presenza che non fugga.


In un tempo come il nostro, che tende a medicalizzare, velocizzare o neutralizzare ogni esperienza dolorosa, questa lezione è ancora più preziosa. Kübler-Ross ci ricorda che alcuni passaggi dell’esistenza non vanno “risolti”, ma attraversati.


l'immagine rappresenta un papiro egizio dove è raffigurata la psicostasia
L'immagine mostra un momento fondamentale della religione egizia noto come Psicostasia. Un'antica rappresentazione su papiro egizio rappresenta la cerimonia della "Pesatura del Cuore". Anubi, la divinità con testa di sciacallo, utilizza una bilancia per pesare il cuore del defunto rispetto alla piuma di Ma'at, simbolo di verità e giustizia, mentre Thoth registra il risultato. Il demone Ammit attende con impazienza di consumare il cuore se risulta più pesante della piuma. I geroglifici che adornano la scena, racchiudono le credenze egiziane e i misteri egizi sull'aldilà.

L’amore incondizionato come compito umano


Nel libro emerge con forza anche un altro tema, meno citato ma decisivo: quello dell’amore incondizionato.


Molte pagine di Kübler-Ross ruotano attorno a una domanda semplice e vertiginosa:

"quanto della nostra vita è stato vissuto per essere amati? E quante delle nostre scelte sono nate invece da una fedeltà più profonda a ciò che siamo?"

Il messaggio è netto: una vita costruita solo sull’adattamento, sul consenso, sull’adempimento di aspettative altrui, rischia di diventare una vita non veramente abitata.


La morte, allora, non fa che portare alla luce ciò che era rimasto in sospeso.


È questo uno dei motivi per cui il libro conserva ancora oggi una forza particolare: non parla solo del morire, ma del prezzo psicologico di una vita non vissuta fino in fondo.


Elisabeth Kübler-Ross e l’esperienza con i bambini morenti


In un documentario che mostra gran parte del suo lavoro, si può osservare il modo in cui accompagnava i bambini morenti e i malati terminali nei loro ultimi momenti di vita.


“Un paio di anni fa venni in Virginia a visitare un bambino di nove anni che stava morendo di cancro. E prima di lasciarlo gli dissi che probabilmente aveva molte domande. “Non potrò venirti a trovare spesso in Virginia”, gli feci, “ma se hai qualche domanda scrivimi?”


Un giorno ricevetti una sua lettera. Era di due righe: “Cara Dottoressa Ross mi resta soltanto una domanda. Che cosa è la vita e che cosa è la morte e perché i bambini devono morire? Con affetto, Dougy”.


Capite perché ho un debole per i bambini? Tagliano corto con i salamelecchi. E così gli risposi con una lettera. Non potevo scrivergli grandi concetti. Dovevo usare il suo stesso linguaggio.


Così presi una bella scarola di pennarelli a 28 colori, i colori dell’ arcobaleno. Siccome la lettera non mi sembrava ancora abbastanza bella iniziai anche a illustrarla. Poi, quando fu finita, mi piaceva così tanto che avrei voluto tenermela.


Razionalmente mi dicevo: “Ma sì che puoi tenerla, è un tuo diritto ci hai lavorato tanto, e poi tra poco saranno le cinque e la posta sarà chiusa. I tuoi figli torneranno da scuola e sarà meglio cominciare a preparare da mangiare” e altre scuse del genere. Più si allungava la lista delle scuse, più sapevo che non era giusto.


Così dissi: “E io che me ne vado in giro a insegnare di fare la scelta più nobile. Qual è la mia adesso? È di andare immediatamente all’ufficio postale e spedirla, perché I’ho scritta per lui e non per me”. E Così feci. Dougy ne fu molto orgoglioso e felice.


La fece vedere a molti altri bambini in ospedale. E già questo, di per sé, sarebbe stato bello. Cinque mesi più tardi, in marzo, la sua famiglia, pur molto povera, mi fece una chiamata interurbana. Dougy venne al telefono e disse: “Dottoressa Ross, oggi è il mio compleanno.

Lei è I’unica che ha avuto abbastanza fiducia e ha creduto che avrei festeggiato un altro compleanno. E quindi voglio farle un regalo. Ma non riuscivo però a trovare qualcosa per lei, perché noi non abbiamo niente.


L’unica cosa che mi è venuta in mente era di rispedirle la sua bellissima lettera. A una condizione, però! A una condizione: che lei la faccia pubblicare e la renda disponibile agli altri bambini che stanno morendo”.


Mi passarono per la testa tantissime cose: sarà costoso, ventotto colori per ogni pagina, quadrante intellettuale, svizzera parsimoniosa, come farà a permetterselo la gente.

Tutto questo stava interferendo dentro di me, così dissi: ‘No! A pensieri simili. E optai per la scelta più nobile. È proprio vero: se dai senza aspettative, riceverai diecimila volte tanto.


Questo è successo quattro anni e mezzo fa. Quando Dougy morì la “Lettera di Dougy” aveva già raggiunto diecimila bambini in punto di morte”.


Accompagnare i morenti ha permesso a Elisabeth Kübler-Ross di toccare con mano una verità fondamentale dell’esistenza umana spesso sottolineata anche da Jung:

“in ultima analisi, noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo, e se non la realizziamo la vita è sprecata”.

“I morenti sono da sempre maestri di grandi insegnamenti, perché è quando ci si avvicina alla morte che la si vede più chiaramente. Nel condividere con noi queste lezioni, ci insegnano l’immenso valore della vita stessa.”


Su questo tema consiglio la lettura di un testo junghiano di Murray Stein dal titolo:


Elisabeth Kübler-Ross evidenzia come pochissimi di noi siano siano uomini o donne veramente realizzati, in pieno contatto con se stessi, pienamente intuitivi e cioè in connessione profonda con la loro anima.


E perché? Il motivo risiede nel fatto che invece di ascoltare noi stessi, stiamo a sentire quello che gli altri ci dicono di fare. Questa nostra abitudine è stata consolidata perché da bambini, la maggior parte di noi, è stata cresciuta all’amore condizionato. Il termine amore condizionato è una contraddizione. Come si fa ad amare qualcuno ponendo delle condizioni?


Siamo stati cresciuti con frasi del tipo: “Ti voglio bene se porti a casa una bella pagella”, “Ti voglio bene se ti diplomi”, “Dio come ti vorrei bene se ti potessi dire: mio figlio è un dottore” oppure “Ti voglio bene se sei un bravo bambino, se sei forte, intelligente, etc”. Siamo stati educati all’idea che l’amore si possa comprare, che i nostri genitori ci avrebbero voluto bene se fossimo diventati quello che avrebbero voluto loro. L’amore vero non ha “sé” e non si può comprare perché è amore incondizionato. “Quanti di noi fanno veramente ciò che amano? Quanti vivono totalmente? Quanti invece no? Cambiereste lavoro lunedì?”

“La lezione più difficile da imparare è l’amore incondizionato”.

L’inelutatbilità della morte ci dovrebbe insegnare la pienezza della vita.

“È molto importante che facciate quello che amate. Magari sarete poveri, patirete la fame, dovrete vendere l’auto e traslocare in un appartamento più modesto, però vivrete totalmente. Alla fine dei vostri giorni benedirete la vostra vita perché avrete fatto quello per quelle siete stati creati. Altrimenti vivrete come prostitute, farete le cose per un unico motivo, compiacere gli altri, e così non avrete mai vissuto. E la vostra morte non sarà piacevole”.

È molto importante fare ciò che si ama. Se ascolteremo la nostra voce interiore, la nostra saggezza profonda, molto più grande di quella di chiunque altro, per ciò che riguarda noi stessi, allora non potremo sbagliarci e sapremo cosa fare della nostra vita.

Il simbolo dell’amore incondizionato è il sole in quanto ne ricalca la struttura fondamentale. Il sole irradia di calore tutto ciò che gli sta intorno senza alcun “sé”. Ebbene questo ci rimanda ad una verità fondamentale, al fatto che l’amore non esclude nessuno e non ha condizioni. Ebbene questa verità così semplice ed elementare sfugge alla maggioranza degli esseri umani.


Perché rileggere oggi Elisabeth Kübler-Ross


Rileggere oggi La morte è di vitale importanza significa sottrarre la morte sia alla rimozione sia alla banalizzazione. Significa anche restituire spessore a una figura che, nella cultura popolare, è stata spesso ridotta alle “cinque fasi”, mentre il suo lascito è ben più ampio: riguarda la dignità del morente, la qualità dell’ascolto, la dimensione spirituale del limite e il nesso profondo tra finitudine e autenticità. 


Questo libro resta importante non perché offra formule rassicuranti, ma perché mette il lettore davanti a una domanda che non si lascia eludere: che cosa cambierebbe nella mia vita, se prendessi sul serio il fatto che è limitata?


Forse è qui il lascito più vivo di Elisabeth Kübler-Ross: la morte non è soltanto la fine di qualcosa. Può diventare, paradossalmente, una chiamata alla pienezza della vita e alla sua completa realizzazione.


Elisabeth Kubler Ross, La morte è di vitale importanza, Armenia, Milano, 1999



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Questi temi trovano spazio anche nel mio lavoro clinico, in particolare potresti approfondire: Crisi esistenziali e lutto


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