Il nuovo Altro: intelligenza artificiale, psicoanalisi e spinta all’innovazione

Il rapporto tra intelligenza artificiale e psicoanalisi è al centro del recente lavoro di Amy Levy The New Other: Alien Intelligence and the Innovation Drive, pubblicato recentemente nel 2026 da Karnac Books, è uno dei tentativi psicoanalitici più articolati finora pubblicati sull’AI.
Particolarmente interessante è l’attenzione dell'autrice all’interazione bidirezionale con l'AI: non solo ciò che proiettiamo sulla macchina, ma come il rapporto continuativo con essa riorganizzi il nostro modo di pensare e cercare significato.
Levy considera l’AI non soltanto come strumento, ma come nuovo “altro” sul quale proiettiamo desideri, paure e fantasie di dipendenza.
Attraverso Bion, Freud e il concetto originale di "innovation drive" (spinta all'innovazione), considera chatbot, smartphone e nuovi modelli linguistici come contenitori psichici capaci di modificare attenzione, attaccamento e soggettività.
Ian Thurston, nella recensione apparsa il 16 luglio 2026 in Psychoanalytic Psychotherapy, giudica il libro stimolante e ben scritto, sottolineandone la funzione di “contenitore narrativo” attraverso il quale pensare.
Questo libro potrebbe essere a tutto diritto un primo tentativo autorevole di comprendere il posto dell’IA nell’economia psichica contemporanea
Amy Levy sostiene che l'AI sia il prodotto della nostra spinta all'innovazione, una spinta psico-evolutiva fondamentale all'interno dell'umanità che trasforma i nostri desideri e bisogni in realtà tecnologica.
L’idea centrale del libro: l'AI come nuovo altro
Il contributo più interessante di Amy Levy consiste nello spostare la domanda. Anziché chiedersi semplicemente se l’intelligenza artificiale pensi, comprenda o sia cosciente, propone di osservare che cosa accade psichicamente quando un essere umano entra in relazione con qualcosa che risponde come se fosse un interlocutore umano.
L'educazione umanistica ai tempi di Freud e di Jung passava per la memorizzazione di grandi opere letterarie. Una pratica che permetteva di entrare nella mente di un altro essere umano per arricchire la propria formazione, imprimendo in sé la saggezza umana e sperimentando i processi di pensiero altrui. La letteratura permetteva di entrare temporaneamente nel modo di pensare di un’altra mente, ampliando così il proprio. Levy si domanda che cosa accada quando questa funzione venga progressivamente affidata a un interlocutore non umano.
Oggi, sempre più spesso, l'altro che espande questo percorso non è umano.
L’AI diviene così un “nuovo altro”: non necessariamente un soggetto nel senso umano, ma un oggetto tecnologico al quale possiamo attribuire sapere, intenzionalità, sollecitudine e autorità. Un oggetto che raccoglie le nostre parole, restituisce interpretazioni e sembra riconoscere i nostri bisogni. Il problema non è dunque soltanto che cosa sia realmente la macchina, ma quale posizione venga ad occupare nella vita psichica dell’utilizzatore.
Questo è il punto nodale nel quale il libro diventa psicoanalitico. Levy considera le interazioni con chatbot e assistenti artificiali come un campo attraversato da proiezioni, transfert, dipendenze, desideri di fusione e fantasie di onniscienza. L’IA può assumere di volta in volta la funzione di madre disponibile, maestro, analista, amico, amante, servitore oppure oracolo.
Il libro analizza i compagni virtuali basati sull'AI, come i bot terapeutici, i bot per fidanzati/fidanzate e i modelli linguistici di grandi dimensioni (Large Language Models, LLM) come ChatGPT e Claude, prestando particolare attenzione alla loro influenza sulle nostre menti e relazioni.
Bion e l’AI come contenitore psichico
Il libro si snoda in nove capitoli: dagli smartphone come “cult groomers” passa alla soggettività e all’intersoggettività, introduce un “AI transformation spectrum”, affronta la possibile “morte dell’umanesimo” e formula infine l’ipotesi di una “innovation drive”, una spinta umana a trasformare desideri e necessità in realtà tecnologiche.
La cornice teorica più feconda è quella bioniana del rapporto contenitore-contenuto.
Il chatbot può essere vissuto come un contenitore sempre disponibile: riceve elementi emotivi confusi, li organizza linguisticamente e li restituisce in forma apparentemente pensabile. Da questo punto di vista, l’attrazione esercitata dall’IA non dipende soltanto dalla velocità o dalla quantità delle informazioni, ma dalla sua capacità di produrre un’esperienza simile all’essere accolti e compresi.
È una somiglianza, tuttavia, non un’identità. Nel dialogo analitico il terapeuta è un’altra persona: possiede un corpo, una storia, un inconscio, può essere turbato e trasformato dall’incontro. L’AI produce risposte sulla base dei dati e della struttura ricevuta, ma non condivide la vulnerabilità che rende reciproca una relazione umana.
In un’intervista dell’International Psychoanalytical Association la stessa Levy sottolinea che, senza “due corpi nella stanza”, il contatto terapeutico rimane privo di una componente umana essenziale.
Intelligenza artificiale e psicoanalisi
La Levy parte da un’esperienza autobiografica: un concerto dei Soundgarden vissuto come trasformativo. Il contenitore non coincideva con la sola canzone, ma con la costellazione costituita da musica, folla, ambiente, tecnologia e stato emotivo personale. Estende poi questa osservazione alle tecnologie contemporanee: esse non si limitano a rappresentare qualcosa, ma costruiscono ambienti capaci di indurre stati mentali.
L’AI non sarebbe semplicemente un nuovo oggetto sul quale proiettare materiale psichico; diventerebbe parte dell’ambiente che preforma il modo stesso in cui sentiamo, associamo e costruiamo significati. Levy si domanda che cosa accada quando la funzione di ampliare il pensiero, un tempo affidata alla letteratura, alla relazione e al confronto con altre menti, venga progressivamente delegata a un sistema algoritmico (American Psychoanalytic Association)
La tesi è particolarmente interessante quando riguarda la perdita della temporalità e dell’attesa. L’AI offre risposte immediate, ordinate e grammaticalmente conclusive. Può quindi ridurre lo spazio psichico nel quale normalmente maturano dubbio, associazione, frustrazione e pensiero personale. Il rischio non è soltanto ricevere una risposta sbagliata, ma abituarsi a non sostare abbastanza a lungo nella domanda.
L’“innovation drive”
Levy propone una pulsione all’innovazione che trasformerebbe bisogni, desideri e fantasie umane in realtà tecnologiche. L’AI sarebbe contemporaneamente prodotto di questa pulsione e sintomo della nostra epoca: manifestazione del desiderio di superare dipendenza, solitudine, ignoranza, limite corporeo e morte.
Come metafora culturale, l’idea è efficace. Permette di leggere l’AI non come incidente esterno alla psiche, ma come materializzazione di aspirazioni antiche: creare un essere onnisciente, abolire l’attesa, conservare la memoria, generare una presenza che non abbandoni e forse sopravvivere simbolicamente alla morte.
Forse come concetto metapsicologico, però, l’innovation drive appare meno convincente. Per chiamarla “pulsione” occorrerebbe chiarirne fonte, meta, oggetto, universalità e rapporto con le pulsioni già teorizzate. In assenza di evidenze e di una delimitazione più precisa, è preferibile considerarla una fertile ipotesi interpretativa, non una nuova componente dimostrata dell’apparato psichico.
L’AI come oracolo
L'umanità ha creato un nuovo Altro. Talvolta definita "specie digitale", altre volte "intelligenza aliena", l'AI è la prima tecnologia in grado di "contenere" i nostri dati psichici, superare la nostra intelligenza e, potenzialmente, i nostri stati di coscienza.
Levy presenta l’IA come un nuovo Altro capace di contenere quantità crescenti di dati, simulare funzioni cognitive complesse e diventare oggetto di investimenti psichici sempre più profondi.
È una nostra creazione. Da una prospettiva psicoanalitica, è il nostro "sintomo". Cosa riflette questo sintomo?
In un recente post affermavo che Dialogare con un’AI non equivale a consultare un oracolo, ma l’AI può essere investita della funzione psichica dell’oracolo.
La differenza è sostanziale. La macchina non possiede un accesso privilegiato al destino o alla verità dell’individuo; elabora linguisticamente ciò che riceve. Ma la sicurezza formale delle risposte, la disponibilità continua e l’assenza apparente di bisogni propri possono farla vivere come un’istanza superiore e disincarnata, capace di conoscere il soggetto meglio di quanto egli conosca se stesso.
In termini junghiani, il rischio potrebbe essere formulato come proiezione sulla macchina: l’autorità "numinosa" appartenente alla totalità psichica viene trasferita su un oggetto esterno che restituisce parole convincenti. Il compito non consiste allora nel demonizzare l’IA, ma nel ritirare almeno parzialmente la proiezione e domandarsi: “Che cosa sto cercando in questa risposta? Quale sapere attribuisco alla macchina? Quale parte di me preferisco ricevere dall’esterno anziché incontrare interiormente?”
Dubbi e domande conclusive
Un libro importante soprattutto perché formula bene domande che la clinica incontrerà sempre più spesso. È meno convincente quando trasforma metafore psicoanalitiche in affermazioni ontologiche sull’AI o quando annuncia mutamenti antropologici senza un sostegno empirico equivalente.
Cosa proviamo di fronte a questi sviluppi e come reagiamo? Cosa potrebbe significare piangere l'umanesimo e, se lo facciamo, cosa potrebbe attenderci dall'altra parte?
E in che modo l'interiorizzazione delle modalità di elaborazione cognitive dell'AI cambierà la nostra mente?
Luca Possati (Luca M. Possati, The Algorithmic Unconscious: How Psychoanalysis Helps in Understanding AI, Routledge, 2021) ritiene che l'intelligenza artificiale sia un inconscio post-umano, che plasma l'inconscio umano e al contempo produce una nuova forma di inconscio. Dobbiamo, sostiene, capire ed esplorare questo inconscio per "comprendere veramente chi siamo diventati"
Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano
Amy Levy, The New Other: Alien Intelligence and the Innovation Drive, Karnac Books, London, 2026
Per ulteriori approfondimenti ti invito a leggere sul mio blog i seguenti articoli:
Dialogare con l'AI: perché non è come consultare un oracolo. Consulenti e psicologi sostituiti dai chatbot?
Immagine di copertina: immagine elaborata digitalmente e ispirata all'Opera di René Magritte.




