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Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione di Byung-Chul Han

Nel suo ultimo saggio, Byung-Chul Han descrive la società contemporanea come una “società dell’angoscia” dominata dal neoliberismo, dove l’angoscia non è un fenomeno individuale ma una condizione collettiva strutturale che attraversa culture, relazioni sociali e il modo in cui viviamo il rapporto con la nostra stessa interiorità.


La società neoliberale produce angoscia. Questa angoscia nasce dalla competizione incessante, da un eccessivo individualismo e dalla performance come valore supremo. 


La speranza è l’unico vero mezzo di resistenza: non solo come ottimismo, ma come apertura al futuro e al cambiamento:


"L'angoscia si aggira come uno spettro. Solo la speranza può farci recuperare quel vivere che è qualcosa in piú del sopravvivere"

Illustrazione simbolica di identità che si disperde nella società dell’angoscia nel quadro l'Urlo
"L'Urlo"(1893) di Edvard Munch è l'icona suprema dell'angoscia esistenziale moderna. L'opera nasce da una crisi di angoscia dell'artista durante una passeggiata al tramonto vicino a Oslo il quale elabora una prima bozza.


La società dell’angoscia oggi


Per Han, l’angoscia non nasce solo da minacce esterne (guerre o catastrofi), ma soprattutto da una forma interna e sistemica di dominio: il neoliberismo insegna a ciascuno di noi a diventare imprenditori di sé stessi, a competere costantemente, a performare incessantemente, a massimizzare prestazioni e risultati con conseguenze che sono evidenti:


  • questo isolamento del soggetto lo trasforma in una unità autosfruttante, senza più comunità o relazioni collettive solidali;


  • la competizione onnipervasiva erode la solidarietà e spinge le persone a preoccuparsi solo di sé stesse e della propria performance. 


L’angoscia, quindi, non è solo un sentimento passeggero ma diventa una condizione esistenziale della modernità neoliberale che impedisce di guardare al futuro con fiducia.


Le conseguenze sociali


Secondo Han, l’angoscia ha effetti individuali e collettivi profondi:


  • isolamento e narcisismo: la persona si chiude in sé, incapace di creare legami autentici. 


  • diffusione del risentimento: l’angoscia e il senso di insufficienza possono alimentare odio, esclusione e persino spingere verso ideologie estremiste. 


  • erosione della democrazia e della comunità: senza un noi collettivo basato su solidarietà e speranza, la società rischia di indebolirsi.  


Speranza come antidoto


La proposta centrale del libro non è solo una diagnosi, ma una teoria critica della speranza. La speranza non come ottimismo (che cerca di ignorare o evitare il negativo), ma una capacità di guardare verso l'avvenire senza lasciarsi paralizzare dall’angoscia attuale.  


Han riprende tradizioni filosofiche che hanno fondato la speranza come apertura al futuro non determinato – pensatori come Spinoza, Bloch, Camus, Arendt – e ne fa uno strumento per elaborare un pensiero rivoluzionario positivo.  


Contro la cultura della performance, il filosofo invita a recuperare orizzonti di senso, relazioni umane profonde, lentezza e contemplazione come modi per contrastare l’angoscia.


Conclusione: verso un significato più ampio


In ultima analisi Han, nel libro Contro la società dell’angoscia, propone una critica radicale alla società neoliberale attuale nella quale l’angoscia non è un problema privato da risolvere individualmente, ma una condizione intersoggettiva che attraversa culture e istituzioni. 


Secondo Byung-Chul Han, la speranza non è evasione o illusione: è un gesto rivoluzionario che apre un possibile “altro mondo” – non determinato, non già scritto – e richiede una rottura con la logica dominante. 


Byung-Chul Han, Contro la società dell’angoscia. Speranza e rivoluzione, Einaudi, Torino, 2025


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Questi temi trovano spazio nel mio lavoro clinico: Il mio approccio alla cura


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