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Ipocondria: dal corpo sorvegliato al corpo abitato

Immagine del redattore: Gianluca  Minella
Gianluca Minella
1 ora fa
Tempo di lettura: 11 min

Dire a una persona che soffre di ipocondria “non hai nulla !” raramente risolve il problema in quanto il centro della sofferenza non è soltanto la presenza o l’assenza di una malattia, ma il modo in cui il corpo è diventato il luogo nel quale l’angoscia cerca continuamente una conferma manifestandosi per essere adeguatamente rappresentata, messa in scena.


Nel DSM-5-TR, il manuale che oggi alla sua ultima edizione classifica i disturbi mentali, il termine “ipocondria” non descrive più una diagnosi. Il quadro è stato in parte redistribuito soprattutto tra disturbo da ansia di malattia e disturbo da sintomi somatici.


Nel disturbo da ansia di malattia prevale la paura di avere o contrarre una grave malattia, spesso con sintomi corporei assenti o lievi; nel disturbo da sintomi somatici sono presenti sintomi somatici significativi accompagnati da pensieri, ansia o comportamenti eccessivi legati alla salute.


Il DSM-5-TR contempla sia modalità di ricerca insistente di cure e/o informazioni, sia forme di evitamento, controllo o monitoraggio del corpo, interpretazione di sensazioni normali come minacciose, ricerca continua di rassicurazioni, volontà di sottoporsi a visite ripetute oppure, all’opposto, evitamento di medici e/o ospedali per paura di scoprire di avere una malattia seria.


La diagnosi descrive con precisione come si manifesta il problema, ma in questa cornice si pone una domanda fondamentale: perché il corpo diventa il teatro privilegiato dell'angoscia o della paura?


L'esperienza vissuta: il corpo come linguaggio


La psicoanalisi ha introdotto l’idea che il corpo non sia soltanto organismo, ma anche corpo sentito, vissuto, esperito, investito affettivamente e soprattutto mentalizzato, simbolizzato.


Nella prospettiva psicoanalitica classica quando un conflitto non trova una via di elaborazione psichica si concretizza, si materializza ossia si esprime direttamente attraverso il corpo.


Quando un conflitto è troppo intenso per essere sopportato le capacità di simbolizzazione e di mentalizzazione falliscono e il corpo diventa l'unico palcoscenico possibile in cui il conflitto può esistere e manifestarsi.


Per esempio, l'incapacità di dare un nome alle emozioni fa sì che l'eccitazione psicologica non venga tradotta in sentimenti, ma scaricata direttamente sugli organi interni (disturbi psicosomatici) o sul sistema motorio/sensoriale (disturbi di conversione). In casi più gravi il proprio corpo può addirittura essere percepito come un "oggetto estraneo" che ospita quel conflitto non sopportabile. Questo può tradursi in condotte autolesive o disturbi alimentari.


In alcune formulazioni psicoanalitiche classiche, quando un’esperienza affettiva non trova sufficiente rappresentazione psichica può dunque esprimersi anche attraverso il corpo anche se la psicosomatica contemporanea considera però molto più complessa e bidirezionale la relazione tra processi biologici, psicologici e relazionali.


Groddeck: non “io ho un corpo”, ma “sono vissuto dal corpo”


Nel Libro dell’Es, costruito come 33 lettere che Groddeck, sotto lo pseudonimo di Patrick Troll, indirizza a un’amica immaginaria viene sviluppata una concezione radicale dell’unità psiche-corpo: l’individuo è mosso da un Es inconscio che si esprime tanto nella vita psichica quanto in quella corporea. Il suo pensiero è storicamente importante nello sviluppo della medicina psicosomatica.


“Io ritengo che l’uomo sia vissuto da qualcosa d’ignoto: vi è in lui un Es, un’entità prodigiosa che dirige tutto ciò che egli fa e tutto ciò che gli accade. L’espressione «io vivo» è vera solo in un certo senso, in quanto esprime solo un aspetto parziale e superficiale di questa verità fondamentale: l’uomo è vissuto dall’ ES. Di questo Es si occuperanno dunque le mie lettere: d’accordo? […] Coraggio dunque, mio bel dottor Faust, il mantello è pronto per il volo; si parte per l’inconscio…”


Groddeck spinge fino all’estremo una domanda che rimane ancora oggi feconda: e se il corpo non fosse soltanto qualcosa che possediamo, ma una parte della nostra esperienza che ci precede, ci informa e talvolta ci contraddice?


“l’Es giuoca dei tiri magnifici: fa guarire, fa ammalare, costringe ad amputarsi degli arti e manda la gente incontro alle fucilate. Insomma è un signore lunatico, imprevedibile, divertentissimo.”


Nell’ipocondria il corpo non tace mai, perché viene continuamente interrogato. Ma forse il paradosso è che più lo si interroga, meno lo si ascolta.


Ipocondria: quando il sintomo interrompe l’unilateralità


Per Jung il sintomo non è necessariamente soltanto un errore da cancellare. Talvolta interrompe una modalità di vita divenuta troppo unilaterale e costringe la coscienza a confrontarsi con ciò che aveva scartato, escluso.


La domanda non è: “Che cosa significa questo dolore?” come se esistesse un dizionario simbolico del corpo, bensì: “Che posto occupano il corpo, il dolore, la sofferenza, la vulnerabilità e la morte nella mia vita psichica?”


Viviamo in una cultura che privilegia controllo, prestazione, giovinezza, previsione, ottimizzazione, efficienza, forza quando invece il corpo invecchia, si ammala, produce sensazioni imprevedibili, non obbedisce completamente alla volontà, è vulnerabile e talvolta sofferente.


Il corpo può diventare davvero Ombra di una cultura che sogna di non avere limiti.


E l’ipocondria forse potrebbe essere letta, anche se con cautela, come una forma estrema di relazione con questa Ombra: ciò che viene rimosso (la fragilità, la sofferenza, la morte) ritorna come presenza continua e ossessiva.


Smartwatch in grado di leggere saturazione, frequenza cardiaca, sonno, HRV; esami ematici sempre più precisi e selettivi; ricerche di precisione guidate dall'AI; screening total body e biomarcatori: oggi possediamo possibilità di monitoraggio impensabili ai tempi di Freud, Groddeck e Jung.


Una cultura della misurazione che può offrire un numero quasi infinito di oggetti sui quali fissarsi. Viviamo nell'epoca della iper-vigilanza del corpo, nella quale il corpo vissuto ed esperito è ricaduto nell'ombra.


Byung-Chul Han: la società senza dolore


Ne La società senza dolore, Han parla di algofobia, la paura generalizzata del dolore, e critica una società che tende a espellere sofferenza, negatività, limite e conflitto dall’esperienza.


L’ipocondriaco sembra ossessionato dal dolore, ma forse proprio per questo ne è anche terrorizzato. Ogni sensazione corporea deve essere immediatamente spiegata, classificata, neutralizzata.


Una società che tollera sempre meno il dolore può diventare, paradossalmente, sempre più sensibile a ogni segnale di possibile dolore.


Al fondo dell’ipocondria non c’è necessariamente soltanto la paura di una specifica patologia. Può esserci una domanda più radicale:


Che cosa faccio del fatto che il mio corpo è vulnerabile e mortale?


Nella fiaba di Andersen, un principe desidera sposare una vera principessa, ma non riesce a trovare qualcuno della cui autenticità possa essere certo. Una notte, durante un violento temporale, una giovane donna si presenta alla porta del castello dicendo di essere una principessa. Per metterla alla prova, la regina nasconde un piccolo pisello sotto una pila di materassi e coperte. Al mattino la giovane racconta di non essere riuscita a dormire: qualcosa di duro, quasi impercettibile, le ha procurato dolore per tutta la notte. Proprio questa straordinaria sensibilità diventa, nella logica della fiaba, la prova della sua natura regale.


La storia può essere letta anche come una suggestiva metafora della sensibilità corporea: ciò che per molti passa inosservato, per altri può essere percepito con un’intensità sorprendente. Il problema non è necessariamente che quella sensazione sia “immaginaria”; può essere reale, ma assumere un peso molto diverso a seconda del modo in cui il corpo viene percepito, ascoltato e interpretato.


La possibilità di un buon rapporto con questa “anima sensibile”, con il corpo, richiede pazienza, ascolto e dialogo: il nostro corpo non è soltanto un oggetto da controllare, ma un soggetto, parte viva della nostra esperienza sensibile.


Quando il corpo chiede ascolto


Uno dei tratti tipici dell’ansia di malattia è che:


  • una visita negativa tranquillizza;

  • ma spesso solo temporaneamente;

  • poi compare un nuovo sintomo, una nuova paura, un nuovo dubbio.


L’ipocondria mette in scena un paradosso: chiede continuamente certezza in un ambito — il corpo — nel quale la certezza assoluta non esiste.


La psicoterapia può allora non limitarsi a rassicurare, ma lavorare sulla capacità di tollerare l’incertezza.


Ascoltare il corpo non significa credere che ogni sensazione nasconda un significato psicologico, né trascurare gli accertamenti medici necessari.


Significa forse imparare a distinguere tra il corpo reale e il corpo immaginato dalla paura; tra una sensazione e la catastrofe che la mente costruisce intorno a quella sensazione; tra il bisogno legittimo di cura e la ricerca impossibile di una garanzia assoluta contro la malattia e la morte.


Forse il corpo chiede ascolto proprio quando smettiamo di interrogarlo come oggetto, come un imputato.


Dal corpo sorvegliato al corpo abitato


Nell’ipocondria il corpo rischia di trasformarsi progressivamente in un oggetto da osservare. Ogni sensazione viene interrogata, ogni variazione controllata, ogni segnale confrontato con l’eventualità di una malattia. Il corpo, anziché essere semplicemente il luogo nel quale viviamo, diventa qualcosa da sorvegliare.


Le riflessioni di Donald Winnicott e Wilfred Bion consentono di osservare questo fenomeno da una prospettiva diversa, andando oltre l’idea semplicistica secondo cui un conflitto psicologico verrebbe semplicemente “scaricato” sul corpo.


Per Winnicott, il sentimento di abitare il proprio corpo non è affatto scontato, ma rappresenta una conquista dello sviluppo. Egli parla di personalizzazione per indicare quel processo attraverso il quale la psiche arriva progressivamente ad abitare il soma, permettendoci di avvertire il corpo come parte integrante del nostro Sé. Psiche e corpo non costituiscono originariamente due realtà separate: è piuttosto nella loro integrazione che si costruisce il sentimento di essere una persona viva e reale.


Quando questa integrazione diventa fragile, la mente può assumere una funzione sempre più intensa di controllo. Il corpo non viene più semplicemente vissuto, ma osservato dall’esterno: come batte il cuore? che cos’è questa tensione? perché avverto questa sensazione? è normale?


In questa prospettiva, la sorveglianza ipocondriaca potrebbe talvolta essere pensata non soltanto come un eccesso di attenzione al corpo, ma come la difficoltà ad affidarsi alla propria esperienza corporea. Il controllo mentale tenta allora di sostituire con la sorveglianza quella fiducia nel corpo che non riesce più a essere sentita.


Bion permette di compiere un ulteriore passaggio. Prima di poter pensare un’esperienza dobbiamo, in qualche modo, averla vissuta. Esistono impressioni sensoriali ed emotive ancora grezze, che non possiedono immediatamente parole, immagini o significati. Bion le descrive attraverso il concetto di elementi beta: esperienze che devono essere trasformate dalla funzione alfa affinché possano diventare rappresentabili, ricordabili, sognabili e infine pensabili.


Prima di poter dire «sono angosciato», dunque, possiamo conoscere l’angoscia attraverso il corpo: un’accelerazione del battito cardiaco, un nodo allo stomaco, una pressione al petto, una vertigine, una tensione muscolare.


La sensazione è reale. Ciò che può cambiare è il destino psichico di quella sensazione.

Quando l’esperienza può essere contenuta e trasformata, una sensazione corporea può gradualmente entrare in relazione con emozioni, pensieri e circostanze della vita: «forse sono molto agitato», «questa situazione mi spaventa», «sto vivendo un momento di grande incertezza».


Quando questa trasformazione diventa difficile, invece, il corpo può rimanere il luogo privilegiato nel quale qualcosa viene vissuto senza essere ancora sufficientemente pensato. Una pressione al petto può allora diventare immediatamente: «ho qualcosa al cuore». Non perché il sintomo sia inventato — la sensazione può essere assolutamente reale — ma perché la paura tende a saturarne immediatamente il significato.


Anche per questo la rassicurazione medica, pur necessaria quando occorre escludere una patologia, può non essere sufficiente a interrompere il circuito ipocondriaco. Un esame negativo può rassicurare per qualche ora, qualche giorno o qualche settimana, finché una nuova sensazione riapre la domanda.


Il problema non consiste più soltanto nel sapere che cosa sia quella sensazione, ma nel riuscire a tollerare, contenere e trasformare l’incertezza che essa suscita.


La psicoterapia non può quindi limitarsi a offrire una rassicurazione più convincente. Può piuttosto aiutare la persona a costruire uno spazio nel quale ciò che inizialmente viene soltanto sentito possa progressivamente essere riconosciuto, collegato alla propria esperienza e pensato.


Da questa prospettiva il corpo non mente e neppure necessariamente “manda messaggi” da decifrare. È, più semplicemente, il primo luogo nel quale facciamo esperienza di noi stessi.


Il lavoro psicologico può allora consistere anche nel restituire alla sensazione una storia, un affetto e delle parole: trasformare progressivamente un corpo sorvegliato in un corpo che possa nuovamente essere abitato.


Quando il corpo contiene ciò che non riusciamo ancora a pensare


Winnicott e Bion consentono di andare oltre una concezione semplicistica della psicosomatica secondo la quale un conflitto psicologico verrebbe semplicemente “scaricato” nel corpo.


Per Winnicott, il sentimento di abitare il proprio corpo è una conquista dello sviluppo: psiche e soma costituiscono originariamente un’unità, e la salute implica la possibilità di vivere questa integrazione. Quando essa diventa precaria, il corpo può trasformarsi da luogo silenzioso dell’esistenza a oggetto estraneo, da controllare e sorvegliare.


Bion descrive invece il lavoro attraverso il quale le impressioni sensoriali ed emotive ancora grezze diventano pensabili. Prima che un’esperienza possa essere nominata, raccontata o compresa, essa viene vissuta. Alcune esperienze possono quindi rimanere a lungo sul confine tra sensazione corporea e rappresentazione psichica.


Da questa prospettiva il corpo non “mente” e neppure necessariamente “manda messaggi”. Può semplicemente essere il primo luogo nel quale qualcosa viene vissuto prima che sia possibile pensarlo.


Nell’ipocondria questa distinzione acquista particolare importanza. La sensazione corporea è reale; ciò che diventa problematico può essere il significato catastrofico che immediatamente la invade e l’impossibilità di tollerare, contenere e trasformare l’incertezza che essa suscita.


Il lavoro psicologico può allora consistere anche nel restituire alla sensazione una storia, un affetto, delle parole: trasformare progressivamente un corpo sorvegliato in un corpo che possa essere abitato.


Dalla psicosomatica al corpo simbolico


La psicosomatica ha cercato a lungo di comprendere in che modo esperienze emotive, conflitti e relazioni possano partecipare alla vita del corpo. Le formulazioni più antiche tendevano talvolta a immaginare un passaggio relativamente diretto dalla psiche al soma: un conflitto non elaborato, un affetto non rappresentato o una tensione non mentalizzata potevano trovare espressione corporea.


Oggi questa prospettiva appare troppo semplice. Corpo e psiche non possono essere pensati come due realtà separate, una delle quali agisce linearmente sull’altra. I processi biologici, psicologici e relazionali si influenzano continuamente e non sempre è possibile stabilire una direzione causale univoca.


Da questo punto di vista, la domanda non è soltanto: «È la mente a produrre il sintomo oppure è il corpo a generare l’angoscia?».


Può diventare piuttosto:


«Che cosa accade alla persona, nella sua totalità, quando corpo e psiche entrano in una relazione di sofferenza?»


La prospettiva junghiana consente di spostare ulteriormente la questione. Jung arrivò progressivamente a mettere in discussione la separazione troppo netta tra psiche e materia. Attraverso i concetti di archetipo psicoide, sincronicità e, più tardi, di unus mundus, ipotizzò l’esistenza di un livello più profondo della realtà nel quale ciò che definiamo psichico e ciò che definiamo fisico non sarebbero ancora rigidamente separati.


La sincronicità non significa, naturalmente, che ogni evento corporeo possieda automaticamente un significato psicologico. Jung utilizzava questo concetto per indicare la coincidenza significativa tra eventi psichici e fisici non collegati da un rapporto causale riconoscibile. Ciò che interessa qui è soprattutto l’idea più generale che psiche e materia possano essere considerate come dimensioni differenti di una realtà più profonda.


Questa impostazione permette di evitare due riduzionismi opposti.


Da un lato, il corpo non può essere ridotto a semplice effetto di conflitti psicologici: una malattia organica richiede sempre un’adeguata valutazione medica e non deve essere trasformata in una metafora.


Dall’altro, il corpo non è neppure soltanto un oggetto biologico estraneo alla storia personale. È il corpo che abbiamo vissuto, desiderato, temuto, esposto alla relazione con gli altri; il corpo che porta memoria della nostra biografia e attraverso il quale facciamo esperienza del limite, del piacere, della vulnerabilità e della morte.


Parlare di corpo simbolico non significa quindi cercare un significato nascosto dietro ogni sintomo, come se esistesse un dizionario capace di tradurre automaticamente un dolore in un conflitto psichico. Significa piuttosto riconoscere che il corpo entra continuamente nella costruzione del significato che attribuiamo alla nostra esperienza.


Nell’ipocondria questa distinzione diventa particolarmente importante. La sensazione corporea può essere reale, mentre l’interpretazione che la accompagna può essere dominata dalla paura. Un battito accelerato, una tensione, un dolore o una variazione fisiologica vengono immediatamente interrogati come possibili segnali di malattia.


Il corpo diventa allora il luogo nel quale si concentra una domanda più ampia: quanto posso tollerare di non sapere? Quanto riesco ad accettare che il mio corpo sia vulnerabile, mutevole e non completamente controllabile?


Da questa prospettiva, il problema non consiste nel trovare a ogni costo il “significato” del sintomo, ma nel comprendere la relazione che la persona intrattiene con il proprio corpo e con ciò che esso rappresenta: salute, malattia, decadimento, dipendenza, limite, mortalità.

Forse è proprio qui che la psicosomatica incontra la psicologia del profondo. Non nella ricerca di una causa psicologica nascosta dietro la malattia, ma nel riconoscimento che il corpo partecipa alla nostra esperienza psichica tanto quanto i pensieri, i sogni, gli affetti e le relazioni.


Il corpo, allora, non è semplicemente qualcosa che possediamo. È uno dei modi fondamentali attraverso cui siamo nel mondo.


Il corpo partecipa alla nostra esperienza tanto quanto i pensieri, gli affetti, i sogni e le relazioni.


Oltre alle sue cause, il sintomo può assumere per la persona anche un significato e una funzione. Persino la paura, quando diventa pensabile, può ricondurci al limite, alla vulnerabilità e a parti della nostra esperienza che avevamo smesso di ascoltare.


In questa prospettiva il nostro corpo potrebbe venirci a salvare, rendendoci più umani.


Gianluca Minella, psicologo e psicoterapeuta ad orientamento analitico junghiano


Potresti approfondire il tema dell'ipocondria attraverso molti altri temi che tratto nel mio blog tra cui:




Immagine di copertina: immagine elaborata digitalmente ispirata all'arte di Henry Moore.

Il corpo come luogo dell’esperienza: vulnerabile, concreto e insieme profondamente simbolico.




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