La nascita dell’ombra e il lavoro dell’analista

“Di solito si ascoltano troppo poco i bambini 
in tutte le cose essenziali […] e in tutte le cose 
inessenziali li si addestra a una perfezione 
da automi”, Carl Gustav Jung

“La mia anima è aperta come un girasole”,
Edward Mörike

 

Nasciamo autentici e pieni di risorse, ma durante il processo educativo, ossia nel corso del nostro progressivo adattamento all’ambiente che ci circonda, ci viene insegnato che è opportuno esprimere solamente alcuni aspetti di noi e non altri, ci viene detto chi dobbiamo essere o diventare per poterci sentire degni.

Gli aspetti della nostra natura che non incontreranno il favore dei nostri genitori e dei nostri educatori non potranno venire espressi, bensì  saranno soffocati.

Nella paura e nel terrore di non essere più amati da loro cercheremo di modellarci alle loro esigenze e speranze che però non sono le nostre !

Svilupperemo solamente alcuni tratti della nostra natura a scapito di altri che verranno progressivamente schiacciati, nascosti, messi in ombra.

La nostra psiche progressivamente inizierà a dividersi. Con una parte di noi ci presenteremo al mondo, ai genitori, agli educatori seguendo quella cultura di appartenenza che ha contribuito a modellarci, indossando una maschera ossia rivestendo i panni di quella certa persona che non siamo.

Un’altra parte di noi sprofonderà nell’ombra insieme a tutti quegli aspetti che nell’ambiente in cui stiamo crescendo ed evolvendo non troveranno mai il modo per esprimersi perché giudicati negativi, indegni, pericolosi, vergognosi o semplicemente non utili.

Utilizziamo gran parte della nostra energia per mantenere quell’immagine di noi che abbiamo costruito sulle esigenze altrui e nello stesso tempo per tenere confinati nell’ombra gli aspetti che giudichiamo inaccettabili, non adeguati al contesto nel quale viviamo.

Questa dinamica non può che renderci insoddisfatti, abitati da un vuoto che non riusciamo mai a colmare perché senza entrare in contatto con la nostra ombra non potremo mai essere felici in quanto non siamo integri, interi, ma via via sempre più separati da noi stessi.

Metaforicamente possiamo immaginare un bambino come un blocco di argilla o di creta che viene plasmato dall’ambiente. Esso avrà sicuramente alcune caratteristiche essenziali ossia una composizione chimica unica in quanto formata da una combinazione unica di magnesio, sodio, potassio, calcio e ferro e altri minerali differente dalla combinazione di altri blocchi di creta.

Quando si è giovani la creta è morbida e malleabile ma con il passare degli anni essa si indurisce e quando siamo adulti diventa sempre più difficile modificarne la forma.

Abbiamo mai pensato al fatto che questa forma impressa dal vasaio potrebbe anche non rappresentarci? Che la tipologia di terra di cui siamo fatti sarebbe stata più idonea ad esprimere qualcosa d’altro? 

Cosa ci è stato ripetutamente rimandato nella nostra infanzia? Che eravamo troppo pigri e svogliati oppure perennemente agitati? Stupidi e incapaci oppure dei geni super-intelligenti?

E può avvenire che in una famiglia lo stesso comportamento sia letto in modo completamente diverso, incoraggiato in un contesto, represso nell’altro. Un bambino con una fisicità vivace da una famiglia può essere indirizzato verso attività sportive che gli consentono di esprimere questa sua caratteristica, mentre da un’altra essere considerato troppo aggressivo e poco rispettoso del prossimo. L’essere battaglieri è positivo o negativo?

Siamo stati letteralmente forgiati dallo spirito del tempo ma in noi c’è un’altra voce che risponde allo spirito del profondo.

Arriva un momento nella nostra vita in cui dobbiamo fare un viaggio dentro noi stessi per capire chi siamo veramente, al di la del modo con cui ci presentiamo, della nostra immagine, maschera o persona.

Questo può avvenire in tanti modi ma di solito quando iniziamo a scoprire che che piuttosto di avere la forma di un posacenere o di un bicchiere, perché erano oggetti molto utili, sarebbe stato meglio avere quella di un animale o di un volto che di utilità non ne hanno ma sono semplicemente più belli.

Jung ci ricorda che il cammino individuativo inizia proprio con il confronto con questi aspetti sepolti nell’ombra, con la loro emersione ed integrazione. 

Questo cammino inizia talvolta con una crisi, un rovescio economico, una delusione d’amore, una grave perdita, un tradimento…e allora tutta la nostra impalcatura viene giù perché non essendo inter bensì unilaterali e quindi incompleti non possiamo essere radicati e così la nostra bella casa di paglia viene giù.

Suonano lapidarie le parole di Jung:

Senza libertà non c’è vera moralità; c’è solo un attenersi alla legge, un’obbedienza più o meno completa basata sul principio del “tu devi”.  E tutto ciò […] viene chiamato moralità, ma non è certamente una vera responsabilità etica […]. Finché si cammina tra due alte pareti, dal cui percorso è impossibile deviare, non c’è libertà né responsabilità. Giunge però un tempo in cui questi stessi muri cadono, e a questo  punto ci troviamo all’improvviso a dover dipendere da noi stessi […]”.  [E Bisogna essere coraggiosi] “per poter dire di no al proprio dovere […] non obbedire alle leggi stabilite […]. Ogni creazione, in ultima analisi, qualcosa di immorale, perché spezza una tradizione – è un atto criminale”, (Seminario su Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche, C. G. Jung)
Inizia la prospettiva etica. Il “tu devi” lascia spazio al “tu puoi”. L’omologazione alla creatività. Il lavoro iniziale della terapia analitica ha a che fare con il dissotterramento delle zone ombra, con il progressivo dialogo con il lato oscuro, con il confronto con il l’oscuro fratello che giace sopito nelle profondità di noi stessi.

Gianluca Minella