La passione necessaria.

Mentre alcuni esseri umani vivono un’ esistenza quieta, appagati solamente dai piccoli piaceri della vita e da un personale benessere quotidiano che li sostiene, altri invece hanno bisogno di appassionarsi perché altrimenti la loro anima inizia a diventare malinconica e si ammala.

L’esistenza allora diviene opaca, il senso della vita inizia ad impallidirsi, tutto scade di valore lasciando il campo ad un diffuso male di vivere.

È da questo presupposto che inizia questo piccolo saggio di Marina Valcarenghi, analista junghiana di grande esperienza.

Potremmo dire che se per alcuni individui l’adattamento è più facile, per altri è un percorso molto più complesso e difficile.

Per Jung se la prima parte della vita dovrebbe essere dedicata all’adattamento, la seconda parte dovrebbe avere come obbiettivo un altro compito, quello dell’individuazione ossia del diventare se stessi, del ritrovare la propria anima, i senso profondo della vita.

Spesso il percorso dell’adattamento all’ambiente e al nostro tempo ci porta su un sentiero sbagliato per noi. Una giustificazione senz’altro autolesionista ci porterà a considerare il fatto che ogni essere umano si trova a vivere nel suo spazio e nel suo tempo, in un mondo ben lontano da quello che stato idealizzato, magari nell’infanzia

La demotivazione può diventare una delle prime brutte compagne di viaggio. Allora inizia ad imporsi un atteggiamento inerziale che impedisce l’iniziativa, ogni nuova possibilità, qualunque incontro. Inizia a predominare un atteggiamento volto a privilegiare solo quello che permettere di vivere con il miglio sforzo possibile, in modo automatico orientato solamente a ciò che è necessario. È inutile inseguire un desiderio oppure un sogno che non verrà mai esaudito oppure compreso. Allora il mondo verrà giudicato in modo severo, perché non rispondente alle aspettative frustrate.

La delegittimazione è un’altro possibile atteggiamento. Invece di dare forma al desiderio profondo a costo di andare contro il collettivo che ci chiede l’adattamento, si preferisce negare a se stessi l’opportunità di provare a farcela. È la società che ci impedisce di farcela, non siamo noi che non ci riconosciamo il diritto di giocare, provare, rischiare. “Non è roba per me”. “Ho già provato”, “Non ne ho le qualità”, “Sono un debole”, “Sono nato sfortunato”, “Sono nato in una famiglia…”. Come racconta la parabola evangelica, si preferisce seppellire il talento piuttosto che rischiare di agirlo nel mondo.

Altri si pietrificano nel vittimismo: “Sono un debole”, “Sono nato sfortunato”, “Sono nato in una famiglia…”, “Sono discriminato perché sono gay” e così via. Il vittimismo è così insidioso perché blocca sul nascere ogni via d’uscita, soffocando quell’inquietudine che avrebbe potuto essere la premessa di un desiderio. Si rimane fermi li nella ferita senza la possibilità di andare avanti.

La dipendenza relazionale è forse l’atteggiamento più insidioso e consiste nell’attribuire ad altri l’incarico della propria salvezza o felicità: “Senza di voi non esisto”, “Sei tutto per me”. Nella dipendenza si perde il contatto con il proprio desiderio perché il bisogno dell’altro assorbe tutte le tensioni della ricerca.

Viene danneggiato il rapporto e il contatto con la passione. Genitori, amici, partner nella dipendenza relazionale proteggono la vita nella consuetudine di un reciproco appagamento e di una sicurezza quotidiana che in realtà è solo una forma apparente di benessere solo in realtà poggiata sulla conferma narcisistica dell’altro. Un’esigenza parassitaria che viene contrabbandata come amore, che indebolisce, avvelena: “Mi sento soffocare”, “Ho sempre fatto quello che volevi”, “Ti ho dato tutto”.

La dipendenza si estende al gruppo, al branco giovanile, ai movimenti religiosi, ai centri culturali e politici. Per non parlare della dipendenza dai social, dai dispositivi multimediali, dal cibo, dall’alcol, dal fumo, dal sesso, dai farmaci, dalle mode.

Come fa notare Marina Valcarenghi “si controllano meglio i cittadini dipendenti”. Una volta che si soddisfano i loro bisogni essi diventano sudditi.

Chi sono queste persone inquiete, la cui passione è bloccata in comportamenti o sintomi di cui è difficile tracciare la provenienza perché la storia e la natura di ogni individuo è unica e affonda le sue radici in terreni differenti ed esperienze uniche e impossibili da ridurre o da generalizzare?

Quelle persone siamo noi ! Spesso fragili e vulnerabili, con i nostri traumi e nodi irrisolti, alla ricerca di noi stessi, del senso della vita, che cercano la propria passione come un albero che affondando le radici nella profondità della terra cerca la luce verso il cielo.

Marina Valcarenghi, La passione necessaria, Moretti & Vitali, Bergamo, 2019