Il gusto di essere felici, a cura di Matthieu Ricard

Matthieu Ricard, monaco e voce francese del Dalai Lama, da più di trent’anni vive in un monastero fra le montagne del Nepal, ma è lontanissimo dall’essere un asceta fuori dal mondo. Si occupa di progetti umanitari che hanno visto la nascita di scuole, ospedali, ponti nelle zone più povere dell’Himalaya.

Viaggia in tuto il pianeta per divulgare la meditazione e la filosofia buddista, collabora con l’università del Wisconsin insieme ai massimi esperti nel settore della neuroplasticità neuronale.

In questo volume raccoglie storielle buddiste, aneddoti, pensieri e traccia un ritratto completo della felicità per arrivare alla conclusione che la felicità vera è quella che alberga dentro di noi. In un aneddoto relativo all’attraversamento di un fiume in piena causato dall’abbondanza delle piogge monsoniche, racconta di essersi trovato seduto al riparo dalla pioggia e di aver osservato due donne attraversare lo stesso fiume: l’una lamentandosi e molto impaurita: “In questo paese è tutto così sporco, pensa se fossi caduta nell’acqua”, l’altra saltellando e ridendo, gioiosa per quell’evento inaspettato: “Divertente. Come sono felice oggi, che bello vedere tutta questa acqua che scorre impetuosa!”

Una delle convinzioni con cui, chi più e chi meno siamo confrontati ogni giorno e con cui dobbiamo lottare, è che la felicità è qualcosa che viene da fuori, che dipende da fatti esterni. La felicità invece è qualcosa che è già dentro di noi e non dipende dai fatti, ma riguarda invece il modo in cui noi reagiamo ai fatti, quello che grazie ai fatti diventiamo.

Credere che la felicità dipenda da circostanze esterne, per esempio dall’età, dall’aspetto fisico, dal denaro, dal tipo di lavoro che svolgiamo induce molti di noi ad esonerarci dal compito di iniziare a lavorare per la nostra felicità o a credere che nelle circostanze della nostra vita questo sia possibile.

La felicità fa parte della natura umana e ciascuno di noi possiede una radicale inclinazione a raggiungerla. Essa non ha tanto a che fare con il piacere, la considerazione, il riconoscimento, l’ammirazione o l’approvazione degli altri, quanto con la piena accettazione di sé.

Quando il figlio del re di Persia ascese al trono chiamò il figlio del gran visir che era un suo grande amico e gli diede un compito perché lui era troppo impegnato a badare agli affari del regno, “scrivimi la storia degli uomini cosicché io possa trarne gli insegnamenti necessari per agire nel modo più opportuno”. L’amico consultò i più grandi eruditi e saggi del regno e in cinque anni di duro lavoro pubblicò per il re trentasei volumi.: “Ma come pensi che io possa trovare il tempo per leggere tutti questi volumi replicò il ré, sono così impegnato negli affari amministrativi e a badare alle mie duecento regine…fai una sintesi!”. Due anni dopo l’uomo si presentò a corte con dieci volumi, ma il re era su una montagna lontana a dirigere le sue armate. Fu così che dovette raggiungerlo sul campo di battaglia ma il re gli rispose: “Amico mio ora sono impegnato con la guerra e non ho tempo di leggere dieci volumi. Questa storia dell’umanità dovrai renderla più concisa. Dopo tre anni il figlio del gran visir si presentò con un solo volume ma il re gli rispose: “Certo che sei fortunato ad avere tutto questo tempo per scrivere. Stringi ancora cosicché io possa in una serata trarne l’utilità necessaria”. Quando due anni dopo si presentò a cospetto del re lo trovò a letto malato. E neppure lui oramai era più un ragazzo. Il re lo chiamò a se e co la voce ormai flebile gli chiese “Allora questa famosa storia degli uomini”. L’amico allora, dopo aver contemplato il suo sovrano morente gli rispose soltanto: “Soffrono, gli uomini soffrono, Sire!”

La vita è difficile e ci pone davanti tanti problemi, la cui presa in carico e soluzione è spesso un’operazione dolorosa. Questa è la prima delle nobili verità che il Buddha ha pronunciato nel primo discorso che ha tenuto nel Parco delle Gazzelle vicino a Benares.

Un uomo senza gambe vive ai margini di un villaggio nel regno Himalayano del Bhutan, ricorda Matthieu Ricard. Vive in una palafitta di bambu di pochi metri quadrati. Non esce quasi mai e riesce a spostarsi appena dal suo materasso steso per terra. Defeca da un buco che da direttamente su un ruscello che passa sotto la capanna. La cosa che colpisce è come faccia ad essere ancora vivo, ma il fatto più straordinario è la gioia che emana. Il suo temperamento è sereno, schietto, semplice e dolce. A chi gli offre qualche piccolo dono, del cibo, una coperta lui gli chiede: “Di cosa vuoi che io abbia bisogno?” Nella sua minuscola capanna si incontrano spesso abitanti del villaggio, bambini, vecchi, uomini e donne che vengono a portargli acqua, un pasto o che si fermano a chiacchierare. Ma il vero motivo, dicono tutti quanti, è che passare un minuto in sua compagnia fa bene al cuore. Se nel villaggio c’è un problema è a lui che si rivolgono. Anche molte guide spirituali passano di li a benedirlo. Quell’uomo ha saputo trovare in sé la felicità, e niente potrà mai portargliela via, ne la vita, ne la morte.

Anche per il Dalai Lama, che vive in una condizione di pienezza e serenità, la felicità è lo scopo dell’esistenza.

Per queste persone, la pace, la serenità costante, gioia e libertà interiore sono un fatto, una realtà costante della loro vita. Se lo può essere un uomo saggio vuol dire che “essere felici è possibile”.

 

Matthieu Ricard, Il gusto di essere felici, Sperling & Kupfer, 2008

Felicità

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